Trascrizione del video
Amici di Radar, un saluto e benvenuto a Virman Cusenza.
>> Grazie, grazie dell'invito.
>> Virman oggi qui con noi con un libro molto interessante. Prima di tutto: Cusenza, per tanti anni direttore del Messaggero e del Mattino, ha iniziato la sua brillante carriera di giornalista con Indro Montanelli, al Giornale, da ragazzino.
>> Sì, 22 anni avevo, diciamo, nell'87. Ormai lontano, però...
>> Sì, un ricordo nitido.
>> Sette anni con la direzione Montanelli, devo dire è stata molto formativa. In quella stanza in fondo al corridoio.
>> Quella stanza in fondo a sinistra del corridoio, sì. E tra l'altro col mobilio del nonno Giuseppe Montanelli — quindi diciamo è anche storica, tutto in stile Liberty, e lì lui scriveva tutti i giorni il suo editoriale oppure la recensione dei libri, o le "Stanze", diciamo, che gli piaceva.
>> Esatto. Belle cose. Però tra le belle cose c'è anche questo libro, perché in questo lavoro dedicato a Garibaldi — per parlare di Garibaldi potremmo stare qui 5-6 ore o 5-6 giorni — l'approccio è molto interessante. Qui Virman Cusenza usa i vastissimi diari che Garibaldi scrive negli anni in cui soggiorna a Caprera. Allora, cominciamo da un punto: sfatiamo il mito di Garibaldi in esilio.
>> Sì, assolutamente. Caprera è una residenza che Garibaldi si sceglie nel 1856, nel momento in cui acquista metà dell'isola e lì si trasferisce armi e bagagli con la sua famiglia allargata — figli di primo, secondo e terzo letto — insieme a una nutrita comunità di animali, 1.000 animali. Sempre i 1.000 ricorrono nella sua vita.
>> E tra l'altro, piccolo inciso, è anche il fondatore della Società di Protezione degli Animali, creata nel 1871 a Torino.
>> Quindi è un personaggio assolutamente avanti — direbbero gli inglesi "larger than life" — perché effettivamente la sua vita copre uno spazio più ridotto rispetto all'arco di pensiero e di spinta che ha avuto sulla società e sulla storia italiana, per la semplice ragione che ha dei gusti e una sensibilità assolutamente moderni. Cioè quante persone, più di un secolo dopo, hanno cominciato a pensare alla campagna come luogo di realizzazione personale? Quante persone hanno cominciato a capire che gli animali hanno una sorta di anima che non si può negare? Quante persone hanno capito che l'apicoltura forse ha qualcosa di più della semplice coltivazione degli alveari per fare il miele? È una persona con cui, senza capire questo lato della sua personalità, non riesci a capire tutto il resto di quello che ha fatto.
>> Mi fa piacere questo approccio, perché nonostante la grandezza gigantesca e monumentale del personaggio, in un certo senso è passata un po' l'idea di un Garibaldi avventuriero un po' sempliciotto. Ma non era mica così.
>> No. Era un personaggio che aveva, come tutti i grandi, dei lati anche infantili nel carattere. Pensa quanto si è detto questo di Mozart, facendo ovviamente le debite proporzioni. E quanto lo si sia detto, sempre facendo le debite proporzioni, di Berlusconi. Quindi questi aspetti, se vogliamo ludici, più ingenui apparentemente o effettivamente ingenui, convivono con un personaggio che aveva un obiettivo esemplare ma anche unico nella sua vita: quello di riunire e affratellare le comunità. Che si tratti di comunità umane, animali o vegetali, alla fine lui questo ha in testa. E Caprera è questo. Capendo Caprera si capisce meglio Garibaldi.
>> Tra l'altro, come tu nel libro diffusamente racconti grazie ai suoi appunti, Caprera non era appunto solo un luogo di villeggiatura per lui, perché si occupa di tutto quello che gli succede intorno con una precisione millimetrica.
>> Sì, assolutamente. Ci sono due aspetti. Lui tiene sempre, come possiamo dire, i due schermi accesi — con la metafora più tecnologica di oggi. Da una parte lui inquadra Caprera e tiene un diario agricolo che è al centro del libro: un documento eccezionale, praticamente inedito che ho trovato, che racconta giorno per giorno la misurazione della temperatura, del vento, della pressione atmosferica, della fioritura di stagione. E a lato, nelle annotazioni, "È venuto l'emissario di Cavour", oppure "Ho scritto il telegramma a Mazzini" — quindi è anche divertente questo mix. Sull'altra parte dello schermo c'è invece il paese, nonché la comunità internazionale, la storia. E lui si aggiorna moltissimo, perché gli arriva tutti i giorni con la posta il pacco dei giornali — anche la stampa internazionale — e tutti i giorni gli arrivano i telegrammi, le lettere. Quindi da questo punto di vista è una persona che sta a Caprera ma — con un ritardo di un giorno, il tempo della navigazione — è informatissima su tutto quello che accade. Tant'è che da lì prepara le spedizioni che poi lo hanno reso famoso.
>> Ora noi parliamo di una persona il cui coraggio è difficile da spiegare al nostro tempo. Garibaldi nasce a Nizza — e da grande navigatore... Forse pochi sanno, arrivando poi a Caprera — ma adesso arriviamo anche alle cose storiche — che non solo lui è andato in Sud America, questo tutti lo sappiamo, ma le sue navigazioni l'hanno portato anche fino in Cina e poi a tornare indietro.
>> Certo, assolutamente. Lui ha un periodo avventuroso da militare e guerriero in Sudamerica, tra Brasile, Argentina e Uruguay. Dopodiché torna per la Repubblica Romana, poi viene esiliato. Dal 1849 al 1854 — questo sì che è un esilio — cinque anni. E che fa? Per campare deve lavorare: guida navi di trasporto commerciale, commercio marittimo. Dall'America scende verso il Centroamerica, Panama, poi scende ancora e va in Perù — la base è Callao — e da là fa viaggi continui con la Cina, tant'è che lo accusano anche di trasportare "coolies", i cinesi addetti alla raccolta del guano, che è un fertilizzante molto potente. Da lì fa anche le Filippine, la Nuova Zelanda, l'Australia, per tornare in Perù. Quindi è praticamente un navigatore alla Magellano, se vogliamo, anche se con altri mezzi naturalmente. Fino al 1855-56 lui naviga. Poi nel frattempo, avendo riallacciato i rapporti con tutta la sua rete ed essendo chiamato anche dalla massoneria inglese — scozzese in particolare — e anche dall'intelligence inglese, alla fine viene mobilitato. Perché in questo lui è chiaramente un collaboratore dei servizi inglesi, e ritiene che questo sia utile per ottenere successo anche dal punto di vista militare.
>> Andando e venendo da Caprera fa un sacco di cose. Però intanto aveva già fatto qualche anno prima questo esperimento della Repubblica Romana, che è un po' il punto di incontro tra Garibaldi e Mazzini.
>> Sì — l'unico, possiamo dire, punto di collaborazione. Perché poi, proprio nei giorni in cui muore Mazzini, Garibaldi dissente totalmente su tutto: Mazzini vorrebbe che lui facesse una svolta teologica, vorrebbe che fosse repubblicano come vuole lui, e non gli perdona il fatto di aver messo a servizio del re Sabaudo la causa italiana. Alla fine i due erano divisi — però nella Repubblica Romana hanno collaborato, con qualche scaramuccia anche lì. Ma diciamo che è stata la vera stagione di collaborazione.
>> Li teneva insieme a quel punto l'avversione allo Stato Pontificio.
>> Sì, li teneva insieme sicuramente l'anticlericalismo. Però c'è una differenza sostanziale: Mazzini è un repubblicano che crede in Dio, un Dio diciamo severo...
>> Quasi più protestante che cattolico.
>> Esattamente. Calvinista, luterano. Invece Garibaldi crede in Dio — lo dice — ma non nella Chiesa, perché ritiene che il problema, l'equivoco del cristianesimo sia la Chiesa cattolica, che ha snaturato il messaggio cristiano. Tant'è vero che lui in fin dei conti è una sorta di traduttore simultaneo del cristianesimo in tutta la sua opera, perché tutti i principi a cui si ispira nella vita quotidiana sono principi cristiani. Il mangiapreti in realtà era non certo un baciapile, ma un credente. Del resto anche i massoni hanno il deismo, e quindi da questo punto di vista la presenza di Dio è importante anche in Garibaldi.
>> E questo ruolo della massoneria è tutt'altro che secondario nella vita di Garibaldi, tant'è che lui poi diventa anche gran maestro.
>> Assolutamente. La massoneria di allora è ben diversa da quella di oggi: erano due cose che hanno avuto storie molto diverse. In quel momento era un circuito fondamentale per ottenere certi scopi, per esempio quelli politici o di segretezza. Come è nata anche la carboneria in Italia. Quindi da questo punto di vista è un massone per scelta nel momento in cui deve entrare in una rete. Poi a un certo punto, vista la sua indole molto indipendente, diciamo anche anarchica per certi versi, alla fine si allontanerà e rifiuterà anche la carica vitalizia che gli hanno attribuito.
>> Ora, partendo da Caprera si svolge però tutta l'attività che rende Garibaldi uno dei padri della patria. Come stanno insieme queste due dimensioni — la sua isola felice e poi il suo ruolo, la sua partenza, la Spedizione dei Mille, e tutti i movimenti militari nel sud dell'Italia?
>> Dovremmo dire questo: non si capisce Caprera senza Nizza. Non voglio complicare le cose, però effettivamente lui nasce a Nizza francese, poi Nizza torna italiana, finché poi viene ceduta dai Savoia a Napoleone III. Quindi lui è un apolide, al tempo stesso è italianissimo, ma sceglie di stare leggermente spostato rispetto al baricentro italiano — Torino, Firenze, Roma — perché sta più appartato a Caprera. Da Caprera ha quella distanza che gli consente anche di guardare le cose in un altro modo. Caprera è il punto d'osservazione: lui non è immerso dentro una città, una metropoli, un centro italiano che lo frastorni. Sta distaccato e da lì osserva quando intervenire, viene chiamato spesso, oppure automaticamente tesse una tela che lo porta all'azione.
Un esempio: un capitolo finale della sua vita riguarda la spedizione in Francia. Caduto Napoleone III, la Repubblica francese a Parigi, la Comune — lui a quel punto dice: "Visto che in Italia non mi hanno consentito di fare la breccia di Porta Pia — perché purtroppo in sorte gli tocca di non avervi partecipato — allora a questo punto vado a guadagnarmi la gloria su un campo straniero." Perché la Francia prima era ovviamente avversa — con Napoleone III — adesso è diventata di nuovo sorella e amica. Da Caprera parte, nonostante i suoi 65 anni, e combatte. Ed è l'unico generale vittorioso, diciamo, della guerra della Francia contro la Prussia, perché a Digione vince in un paio di occasioni, mentre invece il resto dell'esercito francese viene sbaragliato dai prussiani. Il che ci permette di dire che quando lo chiamiamo "generale" non sbagliamo: parlava di un uomo che con la pratica militare aveva grande confidenza.
>> Assolutamente sì. Lui era, se vogliamo, più un guerriero. E da questo punto di vista qualcuno ha fatto accostamenti con Che Guevara. Secondo me è esattamente l'opposto di Che Guevara, e spiego anche perché — lo dico nella postfazione in particolare. Dicendo Che Guevara lo si è voluto politicizzare, buttarlo a sinistra, chiamiamolo così. Chiaramente era un uomo di sinistra, era un socialista umanitario Garibaldi — su questo non c'è dubbio — ma non era un rivoluzionario, come è stato anche detto. Per quale ragione? Perché era lealista e soprattutto pronto anche a fermarsi, come dimostra la storia, un secondo prima di, diciamo, cioè evita sempre il punto di rottura con chi detiene il potere.
>> Per esempio con i re.
>> Esatto. È successo a Napoli nel 1860, è successo di nuovo poi a Bezzecca — il famoso "obbedisco". Quindi da questo punto di vista è un lealista, non è un rivoluzionario tutto fumo e fucili come lo definisco io. Quindi Garibaldi è un uomo delle istituzioni. Se fosse vivo oggi — per capirci — sarebbe un uomo da presidenza della Repubblica, non da Palazzo Chigi. Perché è un uomo che unisce. In fin dei conti è un uomo il cui abbraccio ha attraversato un secolo e mezzo e ancora oggi perdura — fenomeno rarissimo, direi anche unico della nostra storia — e mette d'accordo anche persone di opposte sensibilità e culture. È stato capace di cucire un paese: facoltà che oggi, obiettivamente, è rara.
>> Senti, aiutaci a ricordare e capire quando Garibaldi fa la sua missione più celebre — sbarca in Sicilia, risale la penisola, sconfigge ripetutamente gli eserciti del Regno delle Due Sicilie. Poi arrivano i referendum. A quel punto Garibaldi cosa avrebbe voluto fare in cuor suo?
>> In cuor suo avrebbe voluto continuare fino a Roma, dritto fino a Roma, perché la sua vera ossessione è Roma. Con Roma c'è un rapporto speciale: da ragazzo ci arriva col padre, rimane affascinato da questi monumenti — si vede incantato. Dopodiché ci torna con l'idea di farne la capitale nel 1849, con la Repubblica Romana.
>> Che ci ha dato una Costituzione che era...
>> Modernissima. Esattamente. E poi nel 1860 vorrebbe concludere l'opera tornando a Roma, e glielo impediscono — e quindi gli rimane questa ossessione. Per questo i tentativi dell'Aspromonte nel 1862 e poi di Bezzecca nel 1866 per Venezia — lo slogan è "Roma e Venezia" — e poi Mentana nel 1867. Con Mentana lui capisce che non c'è niente da fare. Dice che i romani sono pigri e che si sono fatti battere dal generale Oudinot perché un temporale blocca a casa i romani alla vigilia della battaglia di Mentana, quando invece un'insurrezione popolare avrebbe potuto aprire le porte all'esercito dei volontari garibaldini.
Quindi con Roma c'è un rapporto difficile. C'è un episodio che ho raccontato nel libro, divertente: quando finalmente torna a Roma nel 1875 — e dirò anche perché se volete — arriva alla stazione. È deputato di Trastevere, è stato appena eletto. Lo portano tutti con la carrozza piena di fiori, il Comune mandava questa carrozza, eccetera, finché lo portano all'albergo Costanzi — allora si chiamava così — in via San Nicola da Tolentino, di fronte all'odierno Tullio. Lui si affaccia al balcone perché c'è la folla che schiamazza e dice: "Romani, siate seri." La sua battuta è questa. Dopodiché i romani invece se ne fregano e praticamente prendono la carrozza vuota di Garibaldi e la portano in giro per Roma, per festeggiare anche i luoghi fino al Gianicolo, salvo poi farla sfracellare nella discesa del Gianicolo. Questo è Roma, e questo è Garibaldi, per capirci.
>> Ci sono almeno altre due cose che voglio chiederti. Aiutaci ad approfondire innanzitutto il rapporto di Giuseppe Garibaldi con Vittorio Emanuele.
>> Beh, è un rapporto importante, importantissimo, decisivo. Senza questo non ci sarebbe stato l'unità d'Italia. Ma è complesso e anche ambivalente: le delusioni che arrivano nel rapporto tra i due — soprattutto il deluso è Garibaldi, naturalmente — portano anche Vittorio Emanuele ad avere un atteggiamento oggettivamente ipocrita nei suoi confronti. Perché a un certo punto, per esempio, Vittorio Emanuele — lo riporto nel libro — scrive a Cavour dopo la presa di Napoli, la caduta dei Borbone: "Ma in fin dei conti poi questo Garibaldi mica è così bravo dal punto di vista militare. In più è circondato da una manica di intrallazzoni, tant'è che si sa che l'ammanco nelle casse dei Borbone è colpa sua." È onestamente la frase — naturalmente si guarda bene dal dirla in pubblico, ma la dice a Cavour per dissuadere Cavour che in quel momento vorrebbe invece chiudere il cerchio dell'unità italiana, o quantomeno accelerarla rispetto a Vittorio Emanuele, che invece temporeggia per tenersi buono Napoleone III.
>> E l'altro rapporto, che hai appena citato, è quello con Cavour.
>> Quello è il rapporto veramente complicato. Perché a un certo punto, secondo me, Garibaldi ha sbagliato: ha pensato che Cavour fosse un suo nemico. Invece Cavour alla fine è semplicemente uno che vuole dilazionare il momento dell'unità italiana rispetto a quello che avrebbe voluto Garibaldi, ma solo perché la Real Politik vince per Cavour. Ma Cavour ha un disegno sincero di unità italiana, non è un oppositore di Garibaldi. Chiaramente i metodi sono diversi, gli approcci sono diversi, i due uomini sono profondamente diversi.
>> Senti, noi abbiamo anche un Garibaldi che prende la parola in Parlamento.
>> Esatto. Nel 1875, quando arriva a Roma da deputato di Trastevere — è stato appena eletto — e ci viene per una ragione molto precisa. Lui si è messo in testa una cosa fantastica, che dice la lunga sul personaggio: vuole deviare il corso del Tevere. Perché? Perché Roma è alluvionata continuamente — il Tevere straripa, si allaga tutto il centro. Il Tevere arrivava fino a Piazza Colonna: il famoso idrometro di Ripetta arrivava a misurare 20 metri il livello dell'acqua — una situazione devastante.
Garibaldi viene a sapere di un progetto, tra l'altro di due italiani, di deviazione del corso del Tevere: deviarlo verso l'Aniene, farlo scaricare nell'Aniene a sua volta deviato, e fargli arrivare fino alle cosiddette Sponde di San Paolo — cioè San Paolo fuori le Mura. Lì fare un porto fluviale in collegamento con Fiumicino. È un disegno obiettivamente notevole — partecipano a studi internazionali da Parigi a Londra, c'è un progetto che vuole anche rifare il porto di Fiumicino, togliendo la centralità a Civitavecchia. Però Garibaldi viene praticamente preso in giro prima dalla destra e poi dalla sinistra. Perfino Depretis — che era stato il suo sostituto come commissario in Sicilia — alla fine lo prende in giro e non si fa nulla. Ci si accontenta di fare i cosiddetti muraglioni di pietra, che tuttora ci sono. Peccato che ci vogliano 20 anni solo a realizzare quelli, senza fare la trasformazione urbanistica importante che avrebbe voluto lui.
>> Quindi lui trasmette questa delusione...
>> La trasmette al punto da andarsene e dimettersi da deputato. Le sue dimissioni vengono congelate. Nel 1876 è uno schiaffo notevole. Nel frattempo ci sono le debolezze dell'uomo: lui dal punto di vista economico comincia ad arrancare. L'ultima moglie, Francesca Armosino, lo convince ad accettare il sussidio di Stato — il cosiddetto "dono nazionale" — che non era male: erano 50.000 lire del dono nazionale più altre 50.000 lire all'anno della pensione, quindi 100.000 lire all'anno, che a quell'epoca era una gran cifra. E lui le accetta in nome dei figli, della famiglia. Tutti tengono famiglia — e quindi anche Garibaldi la teneva.
>> Non c'è dubbio. Senti, abbiamo ancora un paio di minuti, ma vorrei che tu ci aiutassi a dedicarli al Garibaldi a Caprera, perché quello che tu recuperi dei diari ci dà uno spaccato di vita quotidiana molto affascinante.
>> Sì. L'affresco più nitido forse lo ha fatto Bakunin, l'anarchico, che un giorno nel gennaio del 1864 sbarca a Caprera per andare a trovare Garibaldi, di cui ha tanto sentito parlare in Siberia. Bakunin era stato prigioniero politico in Siberia, pur appartenendo a una famiglia nobile. Lì aveva sentito parlare di Garibaldi — "Garibaldov", lo chiamano i russi. Sbarca sull'isola e vede il generale attorniato da un gruppo nutrito di garibaldini, con i quali era stata fatta l'Impresa dei Mille, e capisce che quella è una comunità particolarmente moderna: c'è una divisione dei ruoli e dei compiti molto forte, tutti lavorano insieme e sono tutti bruciati dal sole. L'unico che ha un aspetto civile, ben curato, dice lui, è Garibaldi con la sua camicia, però vestito da contadino.
Questa vita di Caprera è una vita di lavoro, perché Caprera è una pietraia. Quando la prende Garibaldi era praticamente impraticabile per la coltivazione. Lui, grazie all'esperienza militare con la dinamite, fa saltare tutti i massi di granito e libera vaste aree. Le conquista all'agricoltura, tant'è che impianta di tutto: dai cereali agli agrumi, alle viti. Arriva ad avere 14.000 viti per fare il vino, viti che gli arrivano dai quattro angoli d'Italia. E naturalmente tutto questo lo fa anche per campare.
Accanto a questo c'è quella che potremmo chiamare la "fattoria degli animali": man mano che gli anni passano arriva fino a 1.000 capi di bestiame tra galline, ovini, capre, maiali, cavalli, asini. Agli asini dà i nomi dei suoi avversari: Pio IX, Napoleone III, Oudinot il generale francese. Quindi è un personaggio davvero poliedrico, potremmo dire.
E poi c'è un turnover abbastanza sviluppato di donne, naturalmente, che ha accompagnato tutta la sua vita. Però non dobbiamo fargliene una colpa, né neanche un merito: è oggettivamente una sua necessità, per la semplice ragione che rimane vedovo di Anita a 42 anni. È un uomo ancora giovane, e non trova mai la vera sostituzione di Anita, perché Anita rimane per lui l'ideale di donna — era giovane, e lui aveva un debole per le donne molto giovani. Le donne che gli daranno figli avranno anche 19 o 26 anni. E quindi c'è un doppio aspetto: da una parte la ritiene l'unica persona nella società in grado di cucire i conflitti sociali, un ruolo importantissimo di mediazione. Dice pure che la donna è quella che potrebbe governare meglio i paesi dell'epoca. Pensa che modernità. Dall'altra ovviamente, essendo figlio del suo tempo, cede alle tentazioni.
>> Anche Garibaldi era un essere umano, alla fine.
>> E Virman, davvero complimenti per questo bellissimo lavoro, perché ci fa scoprire un altro Garibaldi e ci fa vedere come alla fine questo personaggio è arrivato sino a noi — e non è un caso.
>> Certamente. Grazie.
>> Alla prossima.