Viaggio nelle cronicità

Trascrizione del video
Bentornati con il nostro appuntamento dedicato alla salute. Riprendiamo il nostro viaggio nelle cronicità, e oggi ci occupiamo di malattie cronico-renali. Perché lo facciamo? Perché stiamo parlando di una patologia cronico-degenerativa tra le più diffuse al mondo. Vi do qualche numero per scattarvi la fotografia: in Italia, un adulto su dieci è affetto da una di queste patologie, e spesso e volentieri addirittura non le è stata diagnosticata in tempo. Questo cosa significa? Che siamo già a un decorso avanzato. Mentre abbiamo imparato in questi appuntamenti a capire che la diagnosi precoce è fondamentale, perché ci sono delle cure molto innovative che addirittura consentono non solo di rallentare il decorso di queste patologie, ma addirittura anche di invertirlo. E questo ci consente così di non arrivare a situazioni drammatiche in cui è necessario ricorrere a interventi invasivi e invalidanti, come appunto il trapianto di un organo importante — in questo caso i reni — o addirittura di sottoporsi alla dialisi. Di tutto questo parleremo oggi con i nostri ospiti. Cercheremo di capire a che punto siamo, cercheremo di capire a che punto sono le cure e le terapie. Ma soprattutto capiremo l'importanza del dialogo tra il medico di medicina generale e ovviamente lo specialista — che in questo caso è il nefrologo — questo perché si parla sempre più spesso di un approccio multidisciplinare. Nello studio abbiamo quattro graditi ospiti. Gian Antonio Girelli, componente della Commissione Affari Sociali della Camera. Bentornato. Grazie dell'invito. Accanto a lui, Annamaria Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva. Benvenuta. E poi i nostri clinici: Massimo Morosetti, Presidente della Fondazione Italiana del Rene, e accanto a lui Gaetano Piccolo, aggiunto nazionale della Società Italiana di Medicina Generale. Benvenuto. Allora, presidente Morosetti: inizio da lei. La vostra fondazione si occupa e tutela le persone — i pazienti affetti da malattie cronico-renali. Cosa significa, innanzitutto, vivere con una patologia di questo genere, che mette fuori uso un organo fondamentale come i reni? Quando i reni non funzionano — siamo in una fase terminale — la vita non può continuare se non attraverso il trapianto di rene o la dialisi. Per fortuna esistono sistemi che ci permettono di sopravvivere. La cosa che accade ancora, nella quotidianità, è che persone arrivano al pronto soccorso con un mal di testa e stando con cento milligrammi generici si rendono conto che i reni non funzionano più per nulla. Quindi sono costretti a dover fare la dialisi. Questo com'è possibile? È possibile perché per tutta la sua durata, purtroppo, la malattia renale è asintomatica. Asintomatica: può dare a volte ipertensione, può dare sintomi generici come una stanchezza, ma non è detto che questo si manifesti. Quindi non è raro che un soggetto arrivi a una fase terminale senza saperlo. Quindi va cercata, la malattia renale va individuata: con due semplici — due semplici — dosaggi: uno del sangue, la creatinina, e un dosaggio sulle urine per cercare l'eventuale presenza di proteine nelle urine. Con questi due semplici esami noi diagnostichiamo in una fase molto precoce la malattia renale. Ed è fondamentale perché, mentre fino a pochi anni fa non avevamo strumenti per curare la malattia renale — davamo un po' di dieta e basta — adesso abbiamo degli strumenti che però funzionano solo se li usiamo in una fase precoce della malattia. Quindi è indispensabile individuare la malattia in fase precoce, quindi con una diagnostica estesa su tutto il territorio, e intervenire precocemente con i farmaci che adesso abbiamo a disposizione. E questi farmaci, come le dicevo, sono in grado non solo di rallentare di molto l'evoluzione della malattia, ma in molti casi proprio di fermarla. Dottor Piccolo, vengo da lei. Le do altri dati, agli nostri ascoltatori perché lei li conosce benissimo. Cioè nel nostro paese si stima che quattro milioni di persone convivano con forme più o meno gravi di danno renale senza nemmeno saperlo. Il presidente Morosetti ci accennava quali sono i campanelli d'allarme — gli esami che vanno effettuati. Così silenziosi sono questi sintomi: quali sono anche i fattori di rischio che maggiormente ci possono essere in questi casi? Sì, come diceva il collega, il problema principale non è tanto quello di saper riconoscere la malattia renale cronica. Il problema principale è che questa patologia è la logica conseguenza di altre patologie come l'ipertensione, il diabete, le malattie cardiovascolari. Qual è la classicità? Che quando noi medici abbiamo di fronte il paziente iperteso, attuiamo tutto quel percorso finalizzato a quella patologia. Quindi il mio obiettivo di fronte a un paziente iperteso è quello di portare la pressione a valori normali. Di fronte a un paziente diabetico è quello di portare la glicemia a valori normali. Spesso si spegne quella lampadina che dovrebbe accendersi per dire: "Fammi vedere un po' qual è la funzionalità renale di questo paziente iperteso o diabetico." Cioè, il mio goal, il mio obiettivo, è quella patologia. Trascurando che quella patologia è un fattore di rischio molto, molto importante per la malattia renale cronica. E quindi il paziente iperteso — anche ben trattato per l'ipertensione — il paziente diabetico, anche ben trattato per il diabete, lentamente scivola verso la malattia renale cronica. I colleghi nefrologi spesso ci fanno osservare che noi inviamo tardivamente da loro questi pazienti nefropatici. Il che, sotto certi aspetti, è vero. Quello che va maggiormente stigmatizzato nei confronti della medicina territoriale in generale è quella di fare maggiore attenzione ai fattori di rischio che poi sono la causa della malattia renale cronica. E i fattori di rischio — in qualche modo mi vorrei richiamare se sbaglio — sono anche ereditari: bisogna conoscere anche la storia clinica della famiglia del paziente, così? Sì, alcune patologie hanno un carattere familiare. Ma molto altre, come diceva il collega, noi abbiamo individuato come fattori predisponenti quattro condizioni: l'obesità, l'ipertensione, le malattie cardiovascolari e il diabete. Queste sono categorie che mandatoriamente devono essere studiate fin dall'inizio per vedere se hanno una malattia renale. Non esistono, non c'è solo il problema di andare come destino verso la dialisi. C'è il problema che si muore di malattie cardiovascolari perché, avendo una malattia renale, peggiora tutto il quadro cardioscolare. Ma soprattutto avere una malattia renale complica la gestione del paziente. Faccio alcuni esempi: molti farmaci in chi ha insufficienza renale non possono essere usati, o vanno usati a dosaggi non sufficienti. Ricordiamo sempre che i reni sono il filtro del nostro organismo. Quindi ad esempio, chi ha una malattia renale cronica ha difficoltà a usare la chemioterapia per l'oncologia, per i tumori. Ha problemi a usare i banali antinfiammatori, i farmaci antidolorifici che non vanno usati in queste condizioni. Quindi non è solo il destino finale che ci preoccupa, ma è proprio la gestione quotidiana del paziente: chi deve fare un esame radiologico con un mezzo di contrasto ha un problema, e così via. Dobbiamo quindi assolutamente individuarli in fase precoce, gestirli. Parlavo dell'obesità: l'obesità è uno dei primi presupposti per la terapia di queste malattie. Il trattamento dell'obesità, l'astensione dal fumo, una corretta alimentazione, una corretta attività fisica, sono tra le basi delle cose che noi dobbiamo fin dall'inizio adottare, soprattutto nei giovani che sono quelli che invece in questo momento hanno uno stile di vita un po' diverso. Per raggiungere questi corretti stili di vita non ci si scappa, bisogna dedicare il giusto tempo al sonno, la qualità del cibo che si mangia, l'attività sportiva. Annamaria Mandorino: diciamo che non ci possiamo lamentare sotto un profilo informativo. Facciamo tanta prevenzione, ci sono tante campagne di sensibilizzazione, tante iniziative gratuite sul territorio. Eppure ancora troppo spesso i cittadini si trovano, come dire, a scontrarsi con un percorso a ostacoli — tra la prenotazione degli esami, la prenotazione di una visita specialistica — che se vuoi diagnosticare precocemente una malattia, è un problema. Di burocrazia, di un Servizio Sanitario Nazionale inefficace, o è una questione legata a una cattiva informazione e formazione anche del corpo medico? Mi fa molto piacere rispondere a questa domanda proprio oggi, perché abbiamo appena presentato dei dati molto recenti. Questo mi permette di rispondere avendo a disposizione delle informazioni ricavate di recente dalla voce diretta dei cittadini e dalla voce dei presidenti di 102 associazioni di pazienti. Cosa emerge da questi rapporti che abbiamo realizzato? Certamente non che il Servizio Sanitario Nazionale sia inefficace. Anzi, dobbiamo sempre ricordarci e tenere ben presente che è proprio il nostro Servizio Sanitario Nazionale che ci permette in questo momento ancora di avere una qualità di vita, ma anche una coesione sociale come quella che il nostro paese, nonostante tutte le sue complessità — tra cui quelle demografiche ed epidemiologiche — presenta. Però quello che i cittadini ci segnalano come difficoltà — sia i cittadini che diciamo non fanno i conti con una malattia cronica, sia quelli affetti da una malattia cronica — è il problema dell'accesso. Come se la porta d'accesso al Servizio Sanitario Nazionale fosse quella più difficile da oltrepassare. Poi, una volta entrati nel flusso del servizio pubblico, si è seguiti dal proprio medico di medicina generale, da uno specialista, dall'assistenza ospedaliera o territoriale a seconda delle necessità: il servizio sanitario si rivela di buona qualità. Ma all'inizio si fanno i conti con un percorso a ostacoli. E quindi il tema della prevenzione — anche se ci sono tante piccole iniziative, diffuse, frammentate sul territorio, e anche tante campagne di informazione — stenta ad essere un tema ancora cruciale nella percezione dei cittadini. E poi stenta a trovare delle risposte efficaci una volta che invece i cittadini abbiano assunto consapevolezza della prevenzione. Perché se so che devo prevenire delle malattie, ma ho difficoltà nell'accedere alle prestazioni, nell'iscrivermi ai controlli che sono funzionali alla prevenzione, ovviamente mi scoraggio e faccio un passo indietro. Certo: quasi scoraggiato, passa del tempo, invece il tempo in questo caso è fondamentale e prezioso. Onorevole Girelli: lei è promotore dell'intergruppo parlamentare sulla prevenzione del rischio. Abbiamo capito che la prevenzione, la diagnosi precoce, è fondamentale in tutte le patologie — in questa in special modo — per evitare un'escalation che poi ha delle ripercussioni sui sistemi sanitari a causa delle ospedalizzazioni. Qual è lo scenario? Un altro dato che riguarda il nostro paese: si contano 45.000 dializzati, per un costo complessivo pari al 2% dell'intero bilancio del Servizio Sanitario Nazionale. Questo scenario: cosa state facendo? C'è uno spirito con cui è nato anche l'intergruppo: quello di una lettura di contesto. Perché noi abbiamo, grazie alla scienza e alla ricerca, la possibilità di vivere più a lungo — perché tante malattie un tempo mortali sono state trasformate in cronicità. Però la prospettiva è: o investiamo sulla prevenzione e sulla riduzione del rischio, o non reggiamo. Per dire, ovviamente in modo banale ma utile: non basta vivere di più, bisogna vivere bene. I costi devono essere sostenibili per poter garantire in maniera universale a tutti le possibili cure. Quindi cosa fare? Fare una campagna di prevenzione è fondamentale. La prevenzione, come è stato un po' detto, comporta varie cose: indubbiamente un'educazione agli stili di vita, un'educazione alimentare, che possono mettere al riparo da determinate situazioni — non da tutte, perché ci sono anche situazioni dettate da fattori genetici, parlo sempre con grande prudenza quando ci sono medici. Però è importante. Quindi, accanto all'educazione ci vuole anche l'individuazione delle possibili pratiche da fare per i codici degli screening, che mi permettono di andare a intercettare immediatamente la patologia nel momento in cui si manifesta. Detto questo, c'è la necessità di una presa in carico. E quindi una medicina organizzata dal punto di vista — si è parlato di territorio, ma mi piace molto parlare di prossimità — da dove viene l'unione tra il territorio e la specializzazione ospedaliera: una presa in carico a tutto tondo. E come è stato molto bene detto, non ci si deve fermare solo sull'assola patologia, ma comprendere cosa può stare intorno a quella patologia, proprio per un esame completo della situazione sanitaria della persona. E tutto questo vuol dire investire, indubbiamente, nel permettere alla sanità di affrontare questa presa in carico. Parlo della collaborazione con i pazienti, perché accanto alla scienza e alla medicina, anche chi vive le situazioni poi ti aiuta nel comprendere come fare, come superare anche certi blocchi psicologici, come arrivare proprio alla responsabilizzazione delle persone nel fare tutto questo. Dicevo prima: mettere più risorse non deve essere visto come una spesa immediata. In questa legislatura scorsa, abbiamo provato in Parlamento delle mozioni in cui invitiamo il governo e l'Europa a liberare l'investimento in prevenzione dai patti di stabilità. Perché questo significa non solo — e già basterebbe — un miglioramento della qualità della vita delle persone. Ma anche risparmiare molto denaro in futuro, in cure. E aggiungerei un'ultima cosa: in sanità ci sono anche ricadute socioeconomiche. Perché non dimentichiamoci che patologie con il diabete non compresso significano non andare a lavoro, significano condizionare la vita familiare, significano molte volte costringere delle persone a diventare caregiver con tutte le conseguenze che ne conseguono. Significa anche appesantire il servizio sanitario nel dover affrontare situazioni acute, invece che accompagnare un percorso di miglioramento della salute. Chiaro. Presidente Morosetti: individuata la malattia, poi il paziente passa allo specialista — in questo caso, come abbiamo ricordato all'inizio, al nefrologo. Quanto è importante, nell'ottica del famoso approccio multidisciplinare di cui si parla tanto e che ancora oggi non trova piena applicazione, il dialogo costante e continuativo tra il medico di medicina generale e lo specialista? Estremamente importante. Il medico di medicina generale è fondamentalmente un'interfaccia. L'abbiamo detto: la prima è quella di individuare il paziente, perché loro li vedono periodicamente. Quindi individuano il paziente, lo mandano al nefrologo. Il nefrologo fa la classificazione della malattia, se serve fa la biopsia renale — quello che serve. Dopo di che, parliamo di una patologia cronica che dura tutta la vita. Quindi è impensabile che lo specialista, l'ospedale, seguano il paziente sempre. Quindi tutta la gestione della malattia renale è in capo al medico di medicina generale, che deve però avere come interlocutore il nefrologo. Perché in tante situazioni la malattia si può compensare. E deve avere la possibilità di riferire il proprio paziente al nefrologo, soprattutto nella fase terminale: quando si tratta di decidere — se la malattia non va bene — che tipo di trattamento intraprendere, il medico di medicina generale che conosce il contesto del paziente — quindi la famiglia, il supporto — può decidere se può fare la dialisi a casa, se deve farla in ospedale, se può fare il trapianto. Quindi è fondamentale. Su questo noi abbiamo quest'anno tre importanti novità. Prima: come si diceva, il sistema sanitario italiano è tra i migliori al mondo — e lo sottolineo e lo evidenzio. Seconda: l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito la malattia renale cronica tra le malattie cronico-degenerative da sottolineare come importanza. Questa è una cosa importante perché può spingere i governi di ogni Stato a prendere iniziative su questo tema. La terza cosa: alla Camera è in discussione un disegno di legge che abbiamo stimolato insieme con la Fondazione del Rene, con le associazioni di italiani di nefrologia e con la Società di Medicina Generale. Ha proprio come obiettivo quello di mettere, con una legge, un percorso in cui i medici di medicina generale — in quelle quattro categorie di pazienti a rischio che dicevo prima (obesi, diabetici, ipertesi, con malattie cardiovascolari) — compilino una scheda che abbiamo preparato insieme, che serve proprio a classificare il paziente. E questa scheda poi andrà in un osservatorio, in un sistema di monitoraggio epidemiologico preciso. E poi abbiamo il riferimento al nefrologo e al medico di medicina generale più preciso. Poi, terza novità: anche la ministra ha emanato il PDTA — il Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale — che non è il solito percorso diagnostico periodico, ma c'è un plus: è sapere, è prevenzione. Per la prima volta è un percorso del ministero che mette in un documento preciso un progetto di prevenzione. Quindi per la prima volta — questa novità — siamo veramente in nefrologia rinati: abbiamo i farmaci nuovi, ma soprattutto abbiamo un sistema legislativo che ha capito, che sta portando — e so anche velocemente — questa legge in porto. E quando questa legge ci sarà, un finanziamento che permetterà di evidenziare subito nella pratica clinica le patologie. Quindi di fare prevenzione come si diceva, cercando di evitare queste derive, si farà risparmiare molto. Assolutamente. Dottor Piccolo, la formazione è importante per tutti, ma per un medico sicuramente è cruciale. Quali strumenti, quali percorsi sono a disposizione per migliorare la formazione medica e cercare di individuare in maniera più tempestiva e precoce questo tipo di patologie? Sì, indubbiamente — come diceva lei — la formazione, specialmente in ambito medico, è fondamentale. Però qui vorrei sottolineare che non dobbiamo puntare tanto sulla formazione sulla malattia renale cronica per tutti noi professionisti: sappiamo benissimo cos'è la malattia renale cronica, quali sono questi semplicissimi esami da attuare per fare diagnosi. Invece, dove dobbiamo maggiormente incentrare tutto il percorso formativo è sulla formazione multidisciplinare. Perché, se è vero come è vero che quel paziente che sta lentamente scivolando verso la malattia renale cronica è un iperteso o un diabetico, sono pazienti che io medico di famiglia condivido col cardiologo per l'ipertensione, condivido col diabetologo per il diabete. E quindi tutti insieme dobbiamo avere questa consapevolezza di fare una diagnosi precoce. Quindi non solo il medico di medicina generale — che sicuramente è la porta d'accesso al Servizio Sanitario Nazionale — ma, essendo pazienti che hanno delle patologie sottostanti, la formazione deve essere una formazione multidisciplinare: deve interessare anche questi specialisti che dal medico di medicina generale vengono coinvolti per la gestione di quella patologia. Un'altra novità che volevo aggiungere: le nostre due società scientifiche — quella della Medicina Generale e quella dei Nefrologi — dal 2026 attueranno un percorso formativo su tutto il territorio nazionale. Abbiamo individuato sia i nefrologi sia i medici di famiglia che, dopo aver seguito un corso master — un corso di formatori — ognuno ritornerà nelle proprie regioni di appartenenza. E a cascata, sui colleghi medici di medicina generale, coinvolgendo anche gli specialisti territoriali, faranno sì che questo concetto della malattia renale cronica — quindi della diagnosi precoce — sia il più diffuso possibile. Grazie. Annamaria Mandorino, torno da lei. Quali sono i corridoi preferenziali che andrebbero attivati quanto prima per cercare di diagnosticare precocemente le malattie renali croniche, e ovviamente essere più efficaci ed efficienti? Le risposte precedenti mi aiutano a rispondere a questa domanda. Perché noi pensiamo — anche da quello che ci raccontano le associazioni di pazienti — che un'ottica per prestazioni, per singoli esami, per singoli interventi diagnostici, non basti più. Non è invece più un'ottica ancora imperante nel modo in cui funziona il Servizio Sanitario Nazionale: siamo ancora solo ai LEA — i Livelli Essenziali di Assistenza — come singole prestazioni. Quello che invece ci porta a considerare in modo più adeguato... quello che sarebbe una cosa molto positiva, però insomma su questo c'è un ritmo che ci lascia sperare meglio nel futuro. Però quello di cui bisogna rendersi conto, proprio per la tipologia demografica — persone sempre più anziane, con varie patologie concomitanti — e le riflessioni di livello epidemiologico che faccio in prima persona, è che occorre un'ottica integrata. Che quindi è questa poi la cosa che più sottolineano le associazioni dei malati cronici: che prevedano dei percorsi — percorsi di prevenzione, percorsi di diagnosi, e poi percorsi di terapia. E, all'interno di questi percorsi, la personalizzazione: quindi non percorsi a compartimenti stagni, ma la personalizzazione. Anche la partecipazione — esatto — la partecipazione del paziente in questi percorsi è indispensabile per garantirne l'efficacia. Tanto più che la sanità, se agisce su una patologia acuta, può agire prescindendo quasi dalla volontà del paziente, perché deve curare una crisi. Se invece agisce su un malato cronico, deve per forza agire attraverso anche una buona dose di empowerment della persona che deve essere accompagnata nel percorso. Quindi su questo noi lavoriamo molto: perché non si può considerare il paziente come un destinatario delle cure, ma anche un soggetto attivo che deve partecipare poi al suo percorso di prevenzione, diagnosi e terapia. Onorevole Girelli, e concludiamo con lei. Abbiamo visto: diagnosi precoce, approccio multidisciplinare — come dire, le chiavi del successo, se così lo vogliamo chiamare. Sono fattori fondamentali per evitare le cronicizzazioni e i gravi impatti sui costi sanitari. Però resta sempre quel nodo che non si riesce mai a sciogliere: la presa in carico territoriale, che ancora oggi è ancora disomogenea. E qua arriviamo al famoso Decreto Ministeriale 77 del 2022, che prevede una riorganizzazione del modello sanitario sul territorio. A che punto siamo, cosa cambierà e cosa sta cambiando? È difficile dare una risposta, quello che posso dire è quali sono gli obiettivi — che hanno bisogno di un monitoraggio e anche di un po' di bastone sul carro e le sollecitazioni. Cominciando dal superare — a mio parere — i ventun'organizzativi territoriali che nel nostro paese sono previsti, ma che hanno bisogno in questo momento di sintonizzazione. Gli obiettivi sono obiettivi che devono valere per tutti: tutti devono adeguarsi. Le ventun'organizzazioni regionali servono a una lettura del territorio per concretizzare quello che è stato deciso, non per fare cose diverse a seconda delle situazioni — che hanno disparità da regione a regione, all'interno delle stesse regioni, tra città e aree interne o zone montane in contrapposizione, che è molto presente. Per lo ho fatto un grandissimo investimento sul personale. Non solo dal punto di vista formativo — perché credo sia stato detto molto bene: c'è una grandissima preparazione che ha bisogno di essere messa in circolo, di imparare a lavorare insieme — ma che deve essere messa anche in condizioni di poter lavorare. E si parla molto della figura del medico di medicina generale — il medico di famiglia — ma diamoci atto che queste persone sono chiamate a lavorare in numero sempre minori, non c'è l'esatta lettura del loro ruolo strategico, molte volte hanno un numero esorbitante di pazienti da seguire, con tempi che sono quelli che sono. Molte volte passano molto tempo davanti a un terminale invece che davanti alle persone che devono curare. Quindi dobbiamo leggere tutto questo, trovare il modo di trasformare tutti questi dati che possono essere lavorati da altro personale, per mettere a disposizione della medicina generale quello spazio, quel contatto, quel tempo per poter fare quel lavoro: tra medicina generale, specialista e ospedale. Io vengo da una generazione in cui, quando il medico di famiglia ti visitava, se avevi bisogno di qualcosa, spesso ti accompagnava dallo specialista. Se aveva bisogno in ospedale, chiamava il primario o il medico che ti curava per dire come eri — tantissime informazioni, era davvero il fascicolo elettronico che sapeva tutto di te. Che entrava in casa, ti apriva la porta, per capire se quello che stava cucinando andava bene — scusate per la banalizzazione. Viviamo in un tempo diverso, ma bisogna essere capaci di arrivare lì. Perché questa è la possibilità. Se non raggiungiamo questo livello, facciamo tante belle parole. E noi abbiamo davanti delle potenzialità straordinarie. La ricerca, la scienza, ci permettono — l'intelligenza artificiale applicata in maniera corretta alla medicina — di avere delle soluzioni incredibili. Però bisogna saperle mettere a terra. E aggiungo un ultimo tassello: oltre alla sinergia sanitaria, ci vuole una sinergia sociale. Perché spesso noi abbiamo anche la diagnosi, ci abbiamo l'individuazione di una terapia efficace: ma molte volte la consegniamo a persone che sono fragili socialmente. E non è detto che in famiglia abbiano chi si occupa di loro. Non è detto che vivano in un contesto in cui c'è l'accompagnamento. E allora bisogna introdurre un terzo attore: che è il terzo settore, tanto per cambiare, o la rete dei servizi sociali del territorio — che sono i comuni — ma anche elementi come le farmacie, che spesso e volentieri sono presenti sul territorio, possono dare quel consiglio, oltre all'erogazione del farmaco, quel contatto di salute insomma, che permetta di poter davvero accompagnare. Uscendo anche da un approccio: quando parliamo di opere pubbliche, parliamo di investimento; quando invece parliamo di persone, parliamo di spesa. Parliamo di investimento sulle persone, che forse rimane il migliore investimento che possiamo fare. Bene, con queste parole che sono perfette per chiudere il nostro talk, vi ringrazio davvero tantissimo. Ringrazio l'onorevole Girelli per essere stato con noi, ringrazio Annamaria Mandorino, grazie mille. Ringrazio ovviamente i nostri clinici: Massimo Morosetti e Gaetano Piccolo. Grazie anche a voi per essere rimasti con noi, grazie a voi per averci seguito. Grazie come sempre alla nostra regia. Il nostro appuntamento con la salute torna.
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