Energia e transizione: strategie, investimenti e governance per la sicurezza e la sostenibilità

Trascrizione del video
Buongiorno a tutti. Allora, siamo qui per la prima delle tavole rotonde. Discussione su un tema cruciale: quello dell'energia. È in arrivo anche Giulio Terzi di Sant'Agata, che è l'ospite che al momento manca, ma ci dicono che sta raggiungendo. Dunque discutiamo di energia. È inutile dire che il tema è quello cruciale, perché da come gira l'energia — sul piano delle bollette — dipendono tante cose. Purtroppo anche le guerre, diciamo in una certa misura, forse in buona misura. E quindi diciamo che gli equilibri che si realizzano sul piano dell'approvvigionamento e del consumo dell'energia sono fondamentali. Vanno — per capirci — dalle bollette che i cittadini pagano, e che in Italia sono piuttosto care, fino ai grandi equilibri della geopolitica. In un senso, secondo me, come ci sono, possiamo ricominciare questa bella giornata dal tema dell'energia, poi si svilupperanno tutti gli altri che in qualche modo vanno a seguire questo gigantesco capitolo. Naturalmente, parlando di energia, si parla della mitica transizione che tutti quanti vogliamo — un po' in linea di principio — ognuno la interpreta un po' mettendo l'accento sugli altri aspetti della transizione. Si parla di strategie, di investimenti, di governance dell'energia. Il tutto al servizio della stabilità, cercando di realizzare la sostenibilità energetica — insomma tutte quelle parole un po' magiche che condannano la discussione sull'energia. Abbiamo detto che è in arrivo Giulio Terzi, che è il Presidente della Commissione Politica dell'Unione Europea del Senato. Accanto a me, Vinicio Peluffo, vicepresidente della Commissione Attività Produttive della Camera, del PD. A seguire: Luca Squeri, che è in Commissione Attività Produttive della Camera, responsabile del dipartimento Energia di Forza Italia. Fabrizio Carino, responsabile degli affari istituzionali di Enel. E Gianluca Artizzo, amministratore delegato di Sogin. Io direi di procedere. Di energia abbiamo detto: parto da Vinicio Peluffo. L'Unione Europea, naturalmente, con le crisi economiche ha dovuto affrontare tantissimi temi legati all'emergenza straordinaria — diciamo la piattaforma del REPowerEU, del Final REPower, del REFIT. La governance europea e il Green Deal sono ancora diciamo frammentata. È possibile realizzare, secondo te, un rapporto ragionato — metto di darlo a tutti — è possibile realizzare una strategia integrata, anche dal punto di vista industriale? Che tipo di collocazione in questa strategia possono e devono avere le imprese italiane? La ringrazio innanzitutto dell'invito, che permette anche l'occasione di ritrovare Claudio Velardi. È stato svelato — ci conosciamo da tempo — per cui un particolare piacere. Allora, per rispondere alla tua domanda, e per stare nei tempi che devono essere necessariamente televisivi, la direi così. La scorsa legislatura del Parlamento europeo si è concentrata sulla definizione degli obiettivi per il raggiungimento dei target di decarbonizzazione, individuando gli strumenti — il Green Deal di cui si parla adesso è stato anche al centro dell'ultima campagna elettorale europea. Manca in quella strategia gli strumenti di accompagnamento e di sostegno. Io sono convinto che dobbiamo mantenere gli obiettivi di decarbonizzazione, perché gli elementi climatici sono lì, sono necessarie le strategie per contenerli. E quindi penso che dobbiamo tenere fermi quegli obiettivi. È vero però che c'è bisogno di rispondere agli strumenti di accompagnamento. Allora guarda: se il tuo riferimento è quello dell'automotive, per esempio, il target del 2035 è quello. Come quello che è evidente — è che abbiamo perso competitività come comparto automotive. Perché nel frattempo noi, che ci eravamo abituati a pensare che eravamo i migliori a realizzare le auto, qualcuno ha iniziato a realizzarle anche meglio di noi, a costi anche più bassi, facendo tanta innovazione. Quindi c'è un tema di recuperare questo gap di competitività. Per questo non mi convince l'idea che il dibattito sia spostare di qualche anno quell'obiettivo del 2035. Tra l'altro il meccanismo europeo prevede già una flessibilità: cioè un meccanismo di valutazione che deve essere fatto nel 2022, che si può anche anticipare. Ma il problema nostro è recuperare quel gap. E lo si fa soltanto attraverso una strategia europea di politiche industriali, di investimenti pubblici e privati. Io penso che sia questo il punto essenziale. Questa doppia transizione — energetica e digitale — deve essere accompagnata attraverso gli investimenti che hanno a che fare con la riconversione industriale: è una scelta di carattere industriale. Io penso che sia questo l'elemento fondamentale. Poi nel nostro paese — lo diceva bene, c'è un tema di urgenza che è legato ai costi dell'energia. L'Europa paga l'energia più degli Stati Uniti, più della Cina. L'Italia più degli altri paesi europei. E questo è legato essenzialmente al fatto che dipendiamo ancora così tanto dal gas, e al meccanismo di formazione del prezzo dell'energia elettrica così legato alla dinamica del gas. Io penso che da questo punto di vista sia evidente che la strada davanti non può essere che aumentare l'incidenza delle rinnovabili. Questa è la strada, perché è quello che ci consente di raggiungere gli obiettivi e ridurre il prezzo dell'energia, avendo quindi un mix più diversificato. Un po' di rigassificatori: non cliché "rinnovabili, rigassificatori, non nucleare." Allora, i rigassificatori sono stati fatti in questo paese grazie soprattutto all'attivismo degli amministratori locali del Partito Democratico, che hanno consentito che si facessero. Ma l'investimento nei rigassificatori deve essere legato a una strategia complessiva, alle esigenze legate al gas, che è di transizione. Ricordiamoci sempre che la nostra strategia deve essere il "phase out": l'uscita ordinata, accompagnata nel tempo. Ma deve essere questo. Sul nucleare, dico molto semplicemente: siccome in questo momento ho l'occasione di parlare in Parlamento — e so che è un Parlamento che dovrebbe stare agli atti — il disegno di legge del governo sul nucleare non è ancora stato trasmesso al Parlamento, il che è già abbastanza curioso. Poi penso che dipende dal governo che tipo di discussione si voglia fare sul nucleare. Si è visto tante dichiarazioni di esponenti della maggioranza del governo: "Con il nucleare, si abbassano subito le bollette", "Con il nucleare, domani mattina possiamo subito acquistare una nuova tecnologia." Eccolo, queste sono dichiarazioni prive di fondamento. Anche perché i tempi di realizzazione sono molto lunghi, i costi non sono ancora quantificati e sono particolarmente elevati. Qui un programma nucleare nel nostro paese, per avere una qualche credibilità, deve partire dalla capacità di sciogliere un nodo che è quello del deposito delle scorie — che ancora non è stato fatto. Anzi, questo governo ha ulteriormente dilazionato il meccanismo già individuato. Quindi, se si vuole parlare seriamente di nucleare, prima bisogna marcare questi punti. Io sul nucleare do la parola dopo a Luca Squeri, che è un po' il protagonista, il nostro dicitore del ritorno del nucleare, perché da anni si batte molto sul tema. Allora, prendendo lo spunto anche dalle cose dette prima, interloquendo con alcune delle cose dette, continuo sulla scia. Sì, ma lei è in realtà. Anche un ringraziamento per l'invito, bello partecipare a un evento così ben organizzato. Sulla scia di quanto detto dall'amico collega Peluffo: ha parlato nel contesto generale della decarbonizzazione, della transizione come una scelta industriale che mira appunto all'elettrificazione. Io dico che più che una scelta industriale è stato un obbligo politico imposto all'industria di intraprendere una strada forzata. Perché quando si interviene vietando — a partire dal 2035, con molte misure già a partire dal primo gennaio 2025 — l'industria è obbligata a intraprendere un percorso unico. Abbiamo tradito quello che invece è un criterio fondante della transizione: la neutralità tecnologica. Dove le scelte industriali, in base all'obiettivo che condividiamo anche noi — anche noi vogliamo in maniera sostenibile, responsabile al 2050, sempre di più emanciparci dal fossile — per dare spazio alle fonti di energia che non abbiano l'effetto di emissioni climalteranti: quindi rinnovabili più nucleare e più tutto quello che serve a catturare il carbonio. Detto questo, partiamo da dove partiamo. Da una situazione in cui l'Italia — la percentuale è la stessa anche nel mondo — ha un fabbisogno energetico dell'80% da fossile e del 20% da rinnovabili attualmente. E questo 80% di fossile lo importiamo al 98%, per cui siamo totalmente dipendenti. Fino a qualche anno fa, fino all'inizio di questo millennio, il polo energetico vedeva due variabili: sicurezza dell'approvvigionamento e costo. Abbiamo vissuto le crisi degli anni '70. Però il tema "trilemma" è subentrato dal duemila: a questi due vincoli che devono essere affrontati in maniera equilibrata si è aggiunto il problema della decarbonizzazione. Per cui ha complicato totalmente: 80% fossile, decarbonizzazione vuol dire che sempre di più gli obiettivi — tecnicamente al 2050, quell'80% deve tendere a scendere. Come si fa? Lo si fa con le fonti rinnovabili, implementandole sempre di più, sapendo che ogni fonte ha i suoi problemi. Non bisogna innamorarsi di una fonte più che dell'altra. Chi pensa che il sole e il vento possano risolvere tutto è ingenuo o in malafede, perché non è così. Appunto: il sole e il vento — negli ultimi vent'anni — abbiamo finanziato con circa 200 miliardi di euro, attualmente rappresentano il 4% del mix energetico. Teniamoci con i piedi ben piantati per terra su questi temi. Per cui: implementiamo tutte le fonti rinnovabili, che comunque — per avere una vera emancipazione da quello che attualmente rappresenta il gas — devono supplire alle caratteristiche di alcune fonti rinnovabili appunto come sole e vento, che hanno la caratteristica dell'intermittenza. E il gas — il petrolio — vedete che l'energia nucleare come fonte a basso, se non nullo, impatto in termini di emissioni climalteranti è fondamentale su questo. Do ragione a Peluffo quando dice che siamo al punto di quello del deposito unico. È vero. Non è vero però che il governo ha fatto meno degli altri precedenti: anzi, ha fatto di più. Perché innanzitutto finalmente si è usciti dalla fase dell'individuazione del dove potrebbe stare il deposito unico. Poi addirittura si è andati — diciamo — alla possibilità di dare anche candidature volontarie di altre località. Attualmente la cosa non è ancora andata in porto, secondo me perché c'è un timore dettato da luoghi comuni infondati: che il deposito unico abbia un problema per il territorio circostante. Non è così: nel mondo mai un deposito ha provocato problemi. In Francia il deposito nella Valle dello Champagne — dove si produce appunto lo Champagne — dà utilità al territorio che lo ospita. Per cui secondo me dovremmo intraprendere un'attività di comunicazione corretta, per cui le comunità locali possano constatare che problemi non ci sono, perché ci sono tutte le cautele e le attenzioni, e che anzi ci sono dei benefici. Per quanto riguarda il nucleare, anche qui è vero: stiamo aspettando in Parlamento con ansia — con compatto — che sia arrivata la proposta di legge. Finalmente a livello di Conferenza Stato-Regioni ha già passato il via libera, per cui si muoverà verso il Parlamento. Questa normativa che deve prevedere la costituzione di un'autorità che vigili che il nucleare sia gestito, progettato, attuato nel migliore dei modi. E di fatto, a mio avviso, il compito più importante è quello della comunicazione e dell'informazione. Fino all'effetto NIMBY finale, che è quello: anche coloro che in un sondaggio si dichiarano favorevoli al nucleare, poi, quando gli si dica che il sito è vicino a casa loro, cambiano idea perché è casa mia. Questo dobbiamo affrontare: è la sfida più difficile. Quando l'opinione pubblica — tu la informi seriamente e si rende conto della necessità — del nucleare, il cambiamento di opinione avviene. Bene, grazie a Luca Squeri. È arrivato Giulio Terzi, che ci ha raggiunto. Qui con noi grazie di esserci. Non ha sentito il turno, quindi adesso proseguiamo in conclusione sentiremo Giulio Terzi. La tavola "istituzioni e imprese" — hanno parlato le istituzioni e adesso tocca alle imprese. Per esempio, in una grande impresa dell'energia come Enel, Fabrizio Carino: ti renderei anche un po' voglia di chiedere — dato che è una grande impresa che ha praticamente tutto il giro del mondo in posizioni importanti in molti paesi — come affronta le grandi questioni geopolitiche che ci sono di fronte. Ma poi naturalmente c'è anche un contesto più nazionale. Quindi non dirigete inequivocabilmente un po' su questo: il tema di quello che arriva nelle casse dell'azienda in termini di risultati e bollette. E c'è più in generale il tema che in qualche modo si collega alle cose che abbiamo discusso: cioè di come ci si atteggia di fronte a tutti i problemi che sui territori si creano quando si parla di gestire, di costruire, di mettere su infrastrutture. Come si dialoga con i territori — di chi è responsabile dei rapporti istituzionali, per altri è un compito che ti tocca direttamente. La parola alle imprese, anzi a una impresa — ma che impresa. Questi due anni siamo in transizione, e questo fa emergere quanto sia complesso tutto questo. E quindi quanto è la mia considerazione: di fronte a complessità purtroppo non ci sono soluzioni facili. E questo dobbiamo guardarlo in faccia, una volta per tutte, prenderne atto. Se ci fosse una soluzione per abbassare i prezzi in bolletta dell'energia, sarei il più felice del mondo. Probabilmente in numerosi governi che si sono susseguiti — quando faccio questo lavoro da 14 anni — qualcuno l'avrebbe trovata. Il tema è un po' diverso. L'energia dipende in modo strutturale. Noi siamo troppo dipendenti dal gas, non produciamo gas, abbiamo quindi una dipendenza importante. Siamo in una formazione del prezzo di borsa che comunque subisce la volatilità del prezzo del gas. Abbiamo un tema di sviluppo delle rinnovabili, su cui puntiamo industrialmente — perché riteniamo che per un tema di sostenibilità di un'azienda come la nostra, che ormai è passata in questi ultimi 20 anni da una produzione fondamentalmente basata sul carbone e in parte sul gas a una produzione che ormai è all'85% da rinnovabili in giro per il mondo: siamo un multinazionale con presenza in 57 paesi, 5 continenti, con un cuore fortemente italiano, una trazione italiana che fa il 50% dei numeri. Però quello che vediamo nel mondo e in Italia è che appunto quello che conviene a una grande industria è puntare sulle reti, perché sono gli elementi abilitanti per questa transizione. E avere questo cambio di paradigma: non si è più solo "rinnovabili" che programmabili o meno, insieme al nucleare, sono le ultime dentro. Non si è più soltanto che, effettivamente, queste sono la soluzione per abbassare le bollette. Dall'altro punto dobbiamo comunque fare i conti con quelle che poi sono le difficoltà di carattere concreto. Per quello che riguarda la bolletta: tornando a dire una soluzione è sicuramente strutturale, anche se non è rapida, ed è quella di andare a unificare il mix energetico. Il nucleare è una soluzione, non è "la" soluzione. Siamo a vedere: i paesi che hanno le bollette più basse sono quelli che hanno ancora un comparto nucleare molto importante. Adesso non parliamo di un nuovo nucleare, partiamo da zero — oggettivamente in Italia. Non avendo produzione nel nucleare, stiamo studiando. Abbiamo creato in semia — Ansaldo e Leonardo — una società: Nucleare Italia. Che è proprio l'obiettivo, lo scopo di questa startup, già iniziata alcuni mesi fa: darci, in un paio d'anni, una verifica industriale rispetto al fatto che esiste una tecnologia. Crediamo che esista una tecnologia, chiamiamola con i suoi nomi e cognomi, i cosiddetti SMR — i piccoli reattori modulari. Che possa in modo relativamente affidabile, con una sostanziale gestione dei rischi, reintrodurre l'utilizzo di una fonte che ha caratteristiche oggettive: decarbonizzata, grandi quantità, programmabile. Tutto questo non sono soluzioni di breve termine, evidentemente, perché sono soluzioni strutturali. E questo non significa che non dobbiamo intanto anche intervenire con delle misure per abbassare le bollette. La famiglia italiana di quattro persone, che consuma una media di 2.500 kWh l'anno, oggi spende circa 60 euro al mese di bolletta elettrica. La famiglia europea media sta a 57 euro. Non c'è una distanza enorme — ma c'è una distanza, e va colmata. La difficoltà? Che certamente ci sono anche paesi — con un mix storico forte come Francia o Spagna, che ha un fortissimo investimento nelle rinnovabili — che pagano meno di questa media. Quindi rispetto alla media siamo sicuramente su prezzi diversi. Bisognerebbe togliere tutta la serie di incentivi che giustamente sostengono l'industria delle rinnovabili — il prezzo si avvicinerebbe alla media europea — c'è un tema sull'abbattimento del prezzo per le imprese molto importante che va affrontato molto seriamente da tutti. Per arrivare anche a rispondere all'ultimo spunto di domanda: cosa si fa per rendere più accettabile l'inevitabile problema — che non è un problema degli italiani, è un problema di tutti noi evidentemente — perché se diciamo che dobbiamo fare la transizione, se diciamo che industrialmente è compatibile, se diciamo che fa bene anche alla bolletta, e non riusciamo a fare tutte le rinnovabili che dovremmo fare, per quanto le stiamo facendo molte: c'è comunque un tema che dobbiamo affrontare in termini di accettabilità, in termini anche di educazione — in senso positivo — di costruzione di comprensione maggiore dell'utilità di queste tecnologie. Probabilmente sicuramente la responsabilità è nostra, delle aziende, di spiegare le cose, condividere i benefici nella modalità più ampia possibile, illustrare le cose appunto in modo che ci sia piena consapevolezza. Grazie Fabrizio. Beh, allora la regia capestro, che occupino le orecchie — mi dice tra un po' va la pubblicità. Datemi un'indicazione: io vorrei concludere questo primo panel. Qualche minuto c'è in più. Allora, Gianluca Artizzo, amministratore delegato di Sogin: come dire, possiamo dirlo a cavallo tra imprese e istituzioni. Il ruolo di Sogin è dedicatissimo. Innanzitutto, Gianluca, mi dice il mix energetico — con quale facciamo realizzarlo in Italia nella maniera più virtuosa — e poi vorrei che tutti nel dibattito capiscano quali sono le complessità del rapporto con i territori: un punto di vista particolarmente a cuore quando si parla di energia e di qualunque altro grande comparto della vita nazionale. Grazie e ringraziamento prima di tutto. Secondo me inizierei da quest'ultima che è stata detta, perché così riallaccio anche un po' quello che ha detto Fabrizio, con il quale condividiamo una doppia storia. Il rapporto col territorio è una delle cose più delicate del nostro mestiere, perché sul territorio ci sono gli impianti. Rapporto col territorio è prima di tutto regolato dal fatto che il territorio — ovvero le persone che vivono sul territorio — vanno informate correttamente. Un mestiere che nel nucleare è difficile, è stato ancora più difficile da Chernobyl. E purtroppo si porta dietro dei bias che sono stati generati nella popolazione da — mi permetto di dire — 40 anni di disinformazione. Alla quale si aggiunge anche una certa disinformazione generale in materia scientifica che vediamo anche in altri settori, che vanno dal medico ad altri che adesso forse è inutile citare. Però non si riesce, o si riesce molto limitatamente, a basarsi sui fatti. Allora la cosa principale da fare è probabilmente quella che già noi stiamo facendo: cioè far entrare le persone all'interno degli impianti. Noi da anni — Sogin — abbiamo ripetuto anche nella nostra, lo faremo anche l'anno prossimo: apriamo le porte degli impianti, facciamo vedere alla popolazione come lavoriamo, con quale cura, e in Italia vengono trattate tutte le materie che noi trattiamo. E abbiamo generato anche nell'ultimo anno una sorta di turismo nucleare, mi permetto di dire. Perché quando abbiamo aperto l'ultima volta gli impianti — l'evento si chiama "Open Gate" — abbiamo avuto 5.500 prenotazioni: siamo riusciti a dar risposta a circa 3.500. La reazione è stata ottima nel senso che le domande che ci vengono sono assolutamente competenti, e voglio dire: sono entrati dagli adolescenti a persone di 90 anni. Vengono anche alcuni vecchi lavoratori che lavoravano nel nucleare in funzionamento: queste persone poi diventano un po' gli ambasciatori sul territorio della competenza che c'è nel nucleare, che è ancora molto elevata. Noi abbiamo conservato buona parte delle competenze. Perché vedete: quando si spegne una centrale nucleare, la prima cosa che si perde per chi la gestisce non sono le competenze nucleari, ma sono le competenze convenzionali. Perché si smette di produrre energia, si stacca la turbina. Mentre invece le competenze nucleari rimangono intatte, perché bisogna continuare a gestire tutta la materia nucleare che continua a decadere da sola. E quindi le maestranze che stanno sulla centrale nucleare continuano a esercitare quelle competenze, suppergiù le stesse che avevano quando la centrale era in funzione. Sul mix: il ragionamento viene fatto nell'ambito dell'elettrico, perché sono solo degli ultimi anni che questa cultura — per cui si punta su un'unica fonte — si è affermata. Io sono entrato in Enel nel 1990. Nel 1990 venivamo proprio formati a ragionare su tutta la filiera dell'elettrico: dall'estrazione della fonte energetica al trasporto dell'energia, fino ai morse di casa nostra o dell'impresa che utilizza l'energia elettrica. Ma nessuno di noi si sarebbe permesso di dire "soltanto l'elettrico" perché ogni fonte ha la propria funzione. Esistono delle fonti che producono "base load", cioè carico di base: quello che ci deve essere sempre, che fornisce l'elettricità a tutti i sistemi di sicurezza — dai radar, dalla difesa, agli ospedali, alle telecomunicazioni, a tutto ciò che è gestione dei dati, i data center oggi — un tempo solo le telecomunicazioni, adesso. Tutto questo è il funzionamento del paese. E tutto questo deve ricevere una fornitura di energia elettrica sicura, costante, programmabile, certa. Allora questa parte è sempre stata "nutrita" — mi viene da dire — da fonti programmabili, che siano fonti diciamo così green o fonti black, cioè olio o carbone. Ai fini della stabilità della rete, la fornitura è la stessa cosa. Se io devo pensare a un mix, allora io penso a un mix che prima di tutto copra questo, poi il carico medio e poi il carico di picco. Alcune rinnovabili stanno nella fascia di carico di base: idroelettrico, geotermico. Altre stanno nel picco: fotovoltaico e eolico, perché non sono programmabili. E chiaramente vanno ricevute dalla stabilizzazione delle altre. Allora, se io penso a tutto questo, la fonte energetica, il convertitore — che può essere il forno di una centrale termoelettrica, o il pannello fotovoltaico, o la turbina eolica — e infine la rete, cioè il trasporto e il consumatore: tutte queste fasi devono ricevere stabilità, competenza e fornitura sicura. Se si vuole raggiungere una indipendenza energetica: intanto l'indipendenza energetica non è "on/off", perché se uno vuole raggiungere il 100% di indipendenza energetica deve stare in Russia, perché dipende da tutto — dalle fonti ai materiali necessari per comporre la rete. Noi italiani non abbiamo quasi niente, se non le nostre competenze — che sono enormi. Noi sappiamo essere a ridosso delle fonti energetiche, oppure le sappiamo trattare. Noi sappiamo fare degli ultimi convertitori soprattutto di tipo elettromeccanico. Noi sappiamo fare delle reti eccellenti. Il tasso di indipendenza è dato da quanto competenza e quanto sforzo diretto della nostra nazione possiamo mettere in tutte queste fasi. Non abbiamo uranio, ma lo sappiamo trattare. Non abbiamo le terre rare. Quindi chi parla di indipendenza energetica basandoci sul fotovoltaico: attenzione, va fatto questo ragionamento su tutto. Sul resto siamo forti, anche sul nucleare. Siamo vicini in tempi troppo stretti, perché questi incombono e riguardano le questioni della sicurezza energetica. Hanno ovviamente molto a che fare con gli equilibri geopolitici. Che cosa stiamo facendo per dipendere quanto meno possibile da un solo fornitore, avere una pluralità di forniture per la nostra energia? Grazie, Claudio. Grazie, soprattutto per i tempi stretti, ma non sono poi così stretti perché non va ancora in onda. Allora, Urania: la tavola "istituzioni e imprese". Ho sentito gli ultimi 20 minuti — me li sono persi per motivi tecnici e di trasporto. Ma in questi ultimi 20 minuti mi hanno molto interessato le focalizzazioni sulla stabilità e la continuità di indipendenza, l'autonomia, la capacità di un'autonomia — se vogliamo chiamarla così — nella stabilità della sicurezza degli approvvigionamenti. L'ultimo intervento, e l'intervento precedente, riguardavano anche il rapporto con i territori e con i nodi che si creano nelle diverse forme di energia. E queste cose sono — siccome le condivido direttamente — importantissimi condizionamenti nel mix di fonti di energia. Ma sono enormi i condizionamenti geopolitici nel mix di fonti di energia. E il condizionamento lo stiamo vivendo. Il condizionamento geopolitico legato all'energia ha prodotto la guerra in Ucraina — per dirla nella verità. La guerra in Ucraina è la esatta conseguenza di una mancata capacità di rispondere con fermezza, della mancanza di unità dell'Unione Europea, ai tempi dell'invasione della Crimea e del Donbass e dell'inizio di quel processo che ha portato una strategia di aggressione di lungo termine da parte della Federazione Russa nei confronti del territorio ucraino. Questo condizionamento di natura politica fortissimo sulle politiche europee, intanto: visto che la risposta all'invasione della Crimea e del Donbass è stato un ridicolo processo di Minsk 1 e Minsk 2. Abbiamo visto come questo condizionamento, brutalmente legato all'aria che respirano le nostre economie, il nostro sistema industriale, l'aria che respiriamo nelle nostre famiglie quando accendiamo la luce — l'energia è un elemento vitale. Su questo elemento vitale, come anche poi su altri, abbiamo appreso dalla Federazione Russa e anche da altri attori protagonisti non certo positivi dell'ordine internazionale, si utilizzano per esempio nel campo delle materie prime, delle terre rare, delle catene di approvvigionamento. Ma vorrei dire: l'energia è il condizionamento primario e più fondamentale che abbiamo vissuto in negativo in questi tre anni e negli anni che hanno preceduto questi ultimi — direi dall'ultimo decennio da parte di un fornitore monopolista. Al quale tutta l'Europa si era fidata perché era comodo, perché c'era delle aperture anche automatiche, delle ottime relazioni bilaterali fra tutti i paesi — fra i quali l'Italia, la Germania, la Francia — col monopolista russo, che continuava a incoraggiare la creazione di Nord Stream 1 e Nord Stream 2. Grazie al cielo da South Stream ci siamo levati, grazie a un accordo di Paolo Scaroni in tempo giusto per non subire anche dei danni enormi anche dal punto di vista finanziario. Quindi questo aspetto ci dimostra che la diversificazione degli approvvigionamenti ha un valore strategico e geopolitico fondamentale. E l'Italia si è trovata in prima fila in questa diversificazione: prima fila per gli elettrodotti che passano dal Nord Africa, per la TAP, per il gasdotto algerino. E anche vorrei dire — è una questione sicuramente aperta ma è certo una materia di grande interesse — il rapporto con gli Stati Uniti come grande fornitore di energia, di GNL. Adesso bisogna capire se il fatto che l'Europa acquisti il GNL a costi medi 4 volte superiori a quelli americani: esiste anche un margine di acquisto su quel grosso volume. È stato menzionato l'inizio dei primi contatti fra Bruxelles e Washington per avere magari dei calmieri sui prezzi di consumazione del GNL in Europa. Questa è una domanda del tutto ipotetica, però c'è un'altro fatto molto considerevole — sempre per quanto riguarda il fattore geopolitico — che l'Unione Europea sta facendo dei passi verso quello che sembrava un miraggio sino a pochi anni fa: una differenziazione settoriale strutturale delle fonti di energia all'interno dell'Unione Europea. Basti pensare al nucleare francese rispetto al nucleare degli altri paesi, che crea una situazione per la Francia completamente diversa da quella di tutti gli altri, anche dalla Germania con il nucleare chiuso. La caratterizzazione dell'Europa è che a mio avviso si sta volgendo verso una politica europea delle energie. Certo, è forse presto per parlarne, ma la geopolitica si muove con una rapidità tale che ormai il "presto" diventa "tardi". E siamo lì e dobbiamo parlarne. Credo che rapporto a oggi — e per inciso anche per quanto riguarda gli aspetti finanziari del rapporto con la Russia — quando noi parliamo del diciannovesimo pacchetto di sanzioni all'Russia, diciamo il pacchetto di sanzioni incentrato soprattutto sui prezzi delle energie, sul petrolio — che è un price cap ormai di 46,6 euro, sceso notevolmente dai 65 di non pochi mesi fa. Quando parliamo anche di un contrasto serio in profondità di questa gigantesca flotta che ormai sono 560, 660 navi che solcano i mari per fare contrabbando di petrolio russo e talvolta anche iraniano a favore di acquirenti — sappiamo quali sono gli acquirenti, non li voglio menzionare. Io ho detto tutto questo perché questo è un po' tosato — le sanzioni che fissa anche il 19° pacchetto, con la scadenza dal 28 al primo gennaio 2027: il bando completo dell'esportazione energetica di prodotti petroliferi e di gas dalla Russia. È un altro passo — a mio avviso — di dimostrazione di questo crescere di una realtà di Unione Europea delle energie. Credo che i precedenti interventi avranno sicuramente sottolineato come il governo Meloni sia fortemente impegnato in una messa in campo di una transizione verde: e ci abbiamo lavorato, ci abbiamo lavorato anche in Commissione — in una Commissione che presiedo lentamente ma molto bene. Il governo ha lavorato molto attivamente su questo, per una transizione verde che sia realistica. Che non significa che attraverso una riscrittura di quella che è l'uscita dal motore termico al motore ibrido, al motore elettrico, sia ragionevole — soprattutto con riferimento preciso a un'area alta: che con questa cosa del verde non possiamo fare dei produttori di veicoli da trasporto il monopolista la Cina, come abbiamo fatto con enormi errori col monopolista del petrolio e del gas — la Russia. Dobbiamo essere sicuri che possiamo conservare una filiera nell'automotive che in Europa riguarda 13 milioni di occupati. Quindi è una cosa enorme. E vediamo che le pratiche cinesi sono invece di strategia di desertificazione dell'automotive europeo, tra l'altro con degli effetti globali sulle emissioni di CO2 che sono molto meno positivi di quello che si dice. Gli economisti dell'ultimo anno scorso avevano quantificato che questa riduzione di CO2 — quando si vede tutto il ciclo del prodotto, dalle batterie al litio delle auto cinesi — è di meno della metà del risparmio: perché la Cina — lo dico con molta precisione — ha aumentato l'importazione di carbone del 63% nell'ultimo anno, ed è un gigante dell'inquinamento di gran lunga superiore all'Europa e agli Stati Uniti. E attraverso questa situazione si permette anche di dire che loro fabbricano auto "pulite" e le mettono in circolazione nei nostri mercati, mentre i danni delle emissioni vengono addebitati ai nostri nei nostri mercati. Voglio concludere con una cosa che mi ha particolarmente colpito. Devo dire che c'è una società cinese che per par condicio — questa corsa che io chiamo desertificazione dell'automotive europeo — ha messo in vendita le sue automobili che vanno dai prezzi dai venti ai 40-50.000 euro, dicendo: "Quasi sia sia un rudere la macchina che voi mi portate in cambio, vi do 10.000 euro per ribassare il prezzo." Ecco, questa a mio avviso è una rottamazione di Stato. E sicuramente è un aiuto di Stato. Credo che anche questo vada portato nel campo del ragionamento, nel segno di una politica europea dell'energia: deve entrare anche questo ragionamento nel rapporto fra Bruxelles e Pechino quando si parla di cose serie, industriali, che devono essere accompagnate alla politica dell'ambiente, come ancora il rapporto Draghi auspica. Grazie. Grazie a tutti quanti voi. La regia mi iniettava nell'orecchio un'ansia tale che poi questo bellissimo dibattito che abbiamo fatto non me lo sono goduto appieno. Invece voi che non avevate quella pulce nell'orecchio siete stati più fortunati. Quindi ringrazio tutti i partecipanti al panel.