Prevenzione, equità e innovazione: la sanità del futuro tra pubblico e privato - 2^ parte

Trascrizione del video
Bentornati, sempre quindi in diretta da Villa Volkonski, sempre qui con il Polisemi Business Forum di Urania. Continuiamo a parlare di salute, di prevenzione, di equità, di innovazione, la sanità tra privato e pubblico, il futuro della sanità. Quindi guardiamo al futuro. Lo facciamo insieme ai nostri ospiti, partendo da Francesco Zaffini, Presidente della Commissione Affari Sociali al Senato. Benvenuto. E ancora, Rosa Campitello, Capo Dipartimento per gli interventi del Ministero della Salute. Benvenuta. Guido Liris, capogruppo Fratelli d'Italia commissione bilancio. Benvenuto. Grazie. E il senatore Liris, commissione bilancio al Senato. Grazie a tutti. Dovrebbero aggiungersi tra qualche istante anche Elena Morelli, capogruppo Lega commissione affari sociali Senato. E ancora, proseguiamo: Fabrizio Celia, Country Manager di argenx. Benvenuto. E Ramon Palud, General Manager di Merck Italia. Grazie. Allora, Presidente Zaffini, inizio subito. Mi scusi — ho sbagliato — dovremmo iniziare invece, abbiamo accennato nella prima parte di questo talk su quanto sia fondamentale diffondere una vera cultura della prevenzione. Tanto che lei, di recente, ha lanciato la nascita del Prevenzione Hub. Di cosa si tratta? Salve. Grazie per la domanda. Vedete, la prevenzione — lo ripeto sempre — è il farmaco più potente che abbiamo per vivere meglio e più a lungo. Il Prevenzione Hub è la risposta che consente di mettere al centro della mente dei cittadini il fatto che la prevenzione può salvare la vita. Vedete, il 60% della salute dipende da determinanti che vanno oltre la medicina: dipende da quello che mangiamo, dall'attività fisica, ad esempio, dall'aria che respiriamo. E il Prevenzione Hub vuole segnare questo passo, mettere la prevenzione al centro del Sistema Sanitario Nazionale. E lo fa creando il primo polo nazionale digitale, un vero e proprio laboratorio. In cui dati animali, vegetali, umani e sociali si dialogano, per far capire che il primo investimento politico è proprio la prevenzione. Per ogni euro speso abbiamo un recupero, un risparmio, di almeno tre euro. Vedete: il fondo sanitario nazionale dedica alla prevenzione solo il 5%, e la nostra battaglia è quella di omologarci ai paesi europei, arrivare almeno al 7 o 8%. L'altra grande battaglia del Prevenzione Hub è la promozione della salute in ammalati cronici. Dodicimila — circa il 40% degli italiani, quindi 12 milioni, non 10.000 — in realtà vivono con una o più patologie. Questo è importante perché non sono solo dati spuri. Oggi abbiamo a che fare con l'obesità che aumenta, con l'alcol e l'abuso di alcol che crea danni inevitabili. Abbiamo a che fare con le malattie sessualmente trasmesse, che per esempio aumentano nei giovani sotto i 25 anni. Questi incidono inevitabilmente anche sulla fertilità. E come ultima cosa, per non dilungarmi, il Prevenzione Hub, con un investimento del PNRR di parecchi milioni di euro, creerà anche reti e le IRCCS, farà dialogare — per capire chi fa meglio cosa — regioni, comuni, aziende biotech, università, istituti di ricerca e di cura. E lo farà occupandosi anche della formazione, non solo degli operatori sanitari, ma anche magari degli insegnanti per fare prevenzione. Chiaro, poi di fertilità parliamo più tardi. Presidente Zaffini, la fine. Se vuole, mi è d'accordo con quanto ha sentito dalla Dr.ssa Campitello, perché lei dice: "La prevenzione in ambito sanitario è il primo farmaco che abbiamo a disposizione per chi da sano si deve curare." Molti temi sul piatto della sua commissione. Beh, assolutamente sì, tutti i temi che vengono dall'agenda del governo sul tema della prevenzione — come abbiamo detto, la dottoressa Campitello ha dato segnali concreti e importanti. Il tema della cura del sano, il tema della presa in carico precoce, il tema dell'anticipazione, della predizione di importanti patologie in un paese che sta invece andando rapidamente verso l'invecchiamento. Oggi diciamo: oggi sono quattordici milioni circa gli ultra 65 anni. [A qualcuno in sala]: Chi è che sta facendo rumore in sala? Grazie, che era un'interiezione. Il cento per cento di questi sono portatori di più patologie. È molto importante agire preventivamente. La logica è quella della prevenzione primaria, ma anche quella della prevenzione secondaria: quindi screening, immunizzazione. Sono soprattutto un percorso molto chiaro nelle politiche di governo, e che si sta gradualmente traducendo nell'iniziare a destinare risorse importanti a questo comparto, quello della prevenzione, e quello che al ministero la dottoressa governa e sulla quale noi abbiamo grande fiducia. Grazie. Nel frattempo si è aggiunta la senatrice Elena Morelli, prego si accomodi, benvenuta. Senatore Liris, lei è promotore dell'intergruppo parlamentare sulle cronicità. Abbiamo parlato nella prima parte di questo talk — e non solo — perché è un tema che è stato molto ricorrente. Senta, si punta a adottare voi su questa iniziativa perché ha sentito questo bisogno. In parte è stato accennato e toccato questo tema tanto dalla dottoressa Campitello quanto dal Presidente Zaffini. È che l'invecchiamento della popolazione porta a un aumento della prevalenza di patologie croniche e degenerative, delle quali sappiamo di fatto tutto — sappiamo tutto in anticipo — e il vantaggio, soprattutto per un sistema che vuole rimanere come quello italiano universalistico, quindi erogare sanità tramite il Servizio Sanitario a tutti, in un momento in cui l'invecchiamento della popolazione fa crescere tantissimo la spesa sanitaria, in parte del modo nell'ambito della cronicità. Ci mette nelle condizioni — proprio conoscendo questa vulnerabilità in anticipo — di programmare una spesa, di programmare strategie che vadano incontro alla gestione di questo tipo di patologie, in parte del modo nell'ambito degli ultra 65 anni. Molto spesso quello che si può fare prima e meglio è fuori dal presidio ospedaliero, con una sanità di prossimità. Non è casuale che dopo il DM 70, che per quanto riguardava creava delle criticità — in parte del modo nell'ambito della rete ospedaliera che mi difendo con tanta gelosia — il DM 77 può essere una risposta. All'occorrenza gli ospedali di comunità, con la capacità di portare la sanità sui territori, l'assistenza domiciliare — che non è soltanto ADI — e la capacità attraverso il Piano Nazionale di Ripresa di valorizzare il digitale, quale infrastruttura che molto spesso è la vera infrastruttura che può far fare il salto di qualità alle aree digitalmente meno appetibili rispetto ai mercati, alle aree marginali, montane e interne, dove i servizi e le infrastrutture sono minori. La capacità attraverso il digitale di risposta: telemedicina, telesorveglianza, telemonitoraggio. E poi in qualche modo valorizzare la capacità, attraverso la centralità del medico di medicina generale, che torna a essere il regista di un'operazione fuori del servizio ospedaliero, fuori del presidio ospedaliero, dove tutto costa meno. Dove chiaramente, se il confronto rispetto dal calcolo della patologia torna a essere il medico di medicina generale e non il pronto soccorso, così come il pediatra di libera scelta al livello per i bimbi, tutto può essere intercettato prima e meglio con un vantaggio socioeconomico molto importante: avere un risparmio di risorse e certamente la centralità del miglioramento di qualità di vita del paziente, e magari capacità di vita di qualità molti anni in più. Grazie, senatore. Senatrice Morelli, le ho dato giusto il tempo di acclimatarsi. Vengo da lei: c'è un fattore in sanità che è dirimente, che è la tempestività. Quando si parla di malattie rare, accedere tempestivamente alle cure è fondamentale. Qui, secondo lei, su quali iniziative legislative occorre concentrarsi? Serenità, tempestività — le affronteremo con serenità, con socialità e con equità. Quindi ogni giorno speso perché le persone pazienti non ricevono una diagnosi — che viene fatta tardivamente, nelle fasce più svantaggiate — la ricerca di farmaci e terapie è un giorno sprecato nella vita quotidiana dei pazienti. Ecco, quindi, la diagnosi precoce è fondamentale. Come primo punto: dovremo lavorare sullo screening — screening anche neonatale ed ereditario — per fare in modo che queste malattie vengano diagnosticate prima. Il prima possibile, possiamo intervenire. Secondo: sviluppare una rete di centri di riferimento, a livello nazionale e su tutti i territori. Perché purtroppo, adesso, i pazienti devono dimostrare il famoso turismo sanitario perché non c'è un centro di riferimento. Ma dovremmo utilizzare le competenze, le specializzazioni che ci sono sui vari territori, utilizzare anche la tecnologia. Quindi la collaborazione multidisciplinare, la telemedicina e le tecnologie per fare in modo che i pazienti trovino, dovunque siano, le specializzazioni, i centri di riferimento, che possono aiutarli nella vita di tutti i giorni, nel seguirli negli anni, non solo per la cura e la terapia. Ultimo punto importante è sicuramente quello delle terapie avanzate. Ci siamo lavorato, ho fatto la mia regolamentazione, ho ridotto quelli che sono i tempi. I primi tempi di approvazione dei farmaci innovativi erano di 435 giorni, ora sono stati ridotti a 270. Però anche solo un giorno cambia la vita delle persone. Quindi il nostro impegno è lavorare con AIFA e fare in modo che questi tempi siano ridotti ancora di più e fare in modo che i farmaci e le terapie siano accessibili su tutto il territorio nazionale in modo equo per tutti. Grazie. Senatrice Lorenzin, nel suo mandato da ministro della salute le malattie rare sono state una priorità nella sua agenda, anche con l'aggiornamento delle stesse. Le chiedo: secondo lei, cosa manca sul tavolo per garantire questa sanità tempestiva ed equa? In un secondo, voglio dire però un'evidenza intellettuale: che dopo il mio mandato, in cui ho aggiornato il LEA, riconoscendo le 900 malattie rare, ogni governo che è venuto successivamente ha fatto la sua parte. Cioè, abbiamo tutti continuato a mantenere un'attenzione e un faro sul tema delle malattie rare, che proprio perché sono rare, non devono diventare neglect — cioè non devono cadere nel dimenticatoio. È sempre stato, lo dico alla collega Morelli, con cui abbiamo fatto tante cose negli anni, un tema parlamentare dove il Parlamento si è sempre esercitato e focalizzato per portare avanti a ogni legge di bilancio soprattutto dei punti in più. Allora, se devo dire cosa ancora dobbiamo battere, sicuramente abbiamo la questione degli screening, che devono essere attuati in modo uniforme sul territorio nazionale. Quindi c'è un grande tema di disparità dell'accesso agli screening neonatali, anche per queste patologie. La capacità del reclutamento di quelli che possono essere soggetti a maggior rischio anche già dalla parte appunto neonatale. La questione dei centri di riferimento, dove per esempio la telemedicina può essere un grandissimo supporto. Sulle malattie rare, hai malattie rare che riguardano comunque classi di persone con numeri significativi, ma hai malattie rarissime, con pochissimi pazienti. Quindi avere centri di riferimento nazionale — noi abbiamo anche delle collaborazioni cross-border, internazionali ed europei, in cui l'Italia ha sempre giocato un ruolo di grande eccellenza, di grande punto di riferimento — quindi il potenziamento delle reti, l'utilizzo della telemedicina, la tempestività della diagnosi, la tempestività della terapia, ovviamente, è l'altro grande tema. Il tema dei fast track, quindi della approvazione dei farmaci in tempi veloci, soprattutto su questi temi. Come per i farmaci orfani, è una questione che rischia a volte di scivolare. Ma non è una cosa che mi è arrivata a proposito parlando: che in alcuni anni, con le liste d'attesa, con il CUP unico, le liste che erano dedicate alle malattie rare sono venute meno. E questo, per esempio, potrebbe essere una cosa che possiamo fare in Parlamento: analizzare se è una cosa che sta bene, effettivamente, sui territori. Perché ci c'erano dei percorsi, diciamo, abbastanza chiari sulla presa in carico, che oggi sono stati assorbiti in un provvedimento più grande. Questo è un lavoro che possiamo fare. Grazie. Dottor Celia, arrivo alle aziende. Come sempre, accanto alla visione e alla prospettiva politica, vogliamo conoscere il parere delle aziende. Come si può portare l'innovazione farmaceutica a casa delle persone affette da queste patologie in maniera più veloce e rapida? È una sfida che abbracciamo. Mi fa piacere essere qui, in mezzo alle istituzioni, per lavorare su un concetto di salute condiviso. Sono sfide che non si vincono da soli: non le vince solo la politica, non le vince solo l'accademia da sola. Quindi mi viene ancora spontaneo ringraziare per l'invito perché c'è l'opportunità di abbracciare un tema di consapevolezza e poi mettere in pratica potenzialmente anche dei cambiamenti importantissimi che permettono all'innovazione di diventare fruibile. Mi presento: rappresento oggi un'azienda che investe tra il 50 e l'80 per cento delle proprie risorse in ricerca e sviluppo del proprio fatturato. Quindi, diciamo, nasce 80 anni fa con l'intento, negli anni, di apportare innovazione. Abbiamo anche sviluppato una consapevolezza che l'innovazione farmacologica, se necessaria, oggi non è più sufficiente, come si sentiva anche dalle parole di chi mi ha preceduto. Perché fondamentalmente abbiamo un tema di tempistica per tutto. E quando si lavora su malattie rare, malattie autoimmuni, i pazienti non possono aspettare su malattie che portano a deterioramenti di qualità di vita estremamente impattanti. Abbiamo sicuramente un tema di velocità. Ora, noi oggi, dal nostro osservatorio, quello che vediamo è che abbiamo un'innovazione scientifica e farmacologica che corre a velocità incredibile. Ma noi abbiamo anche un gap tra una velocità dell'innovazione e una velocità dei sistemi. Molte volte l'eccessiva burocratizzazione dei sistemi impedisce all'innovazione di diventare fruibile per i pazienti. Un dato su tutti, penso che sia abbastanza impressionante: noi 10 anni fa impiegavamo circa un anno per raddoppiare il volume delle nostre conoscenze scientifiche. Oggi impieghiamo tre mesi. Quindi questo ci dà un po' la misura di quanto voglia dire l'innovazione, quanto dobbiamo correre dietro l'innovazione per in qualche modo per gestirla. Due leve penso fondamentali per rispondere anche alla sua domanda, che sono un po' gli antipodi. Penso che il ruolo dell'industria — anche dal punto di vista della ricerca clinica, di cambiare il come facciamo la ricerca clinica — è passare da studi che devono essere sempre più decentralizzati, da una parte, sempre più snelli. Un grande aiuto è arrivato da tutto quello che è big data e intelligenza artificiale: questo sicuramente è un acceleratore per sviluppare e portare innovazione sempre più velocemente. L'altra leva vedo un po' come una sfida di policy e poi di accesso. L'AIFA sta facendo un grandissimo lavoro in Parlamento; sta facendo un grandissimo lavoro. Abbiamo penso dei modelli virtuosi a cui ispirarci: penso alla Svezia e penso al modello tedesco, che ha implementato che è una sorta di percorso di sostenibilità — anche in Italia — per mettere i pazienti italiani ad accedere alle terapie immediatamente dopo l'approvazione, a staccare quei 12 mesi — o anche più quando ci aggiungiamo l'accesso regionale e i processi di gara. E chiaramente questo sarebbe un tempo di qualità che serve: un bellissimo dono per tutti i nostri pazienti. Il tempo è sempre tiranno. Do la parola. Detto bene? Molto bene. E cominciamo. Non punto così tosto. Senti, anche qui sono curiosa di sapere se vuole darci, con la ricetta per accelerare l'accesso precoce alle terapie — sempre parlando di questi pazienti che, abbiamo visto, sono orfani. Allora, prima penso che tutti dovremmo essere d'accordo: siamo in un momento degli ultimi 25 anni, nel campo della medicina, dove l'innovazione ha fatto un salto enorme. Il progresso dei prossimi 5, 10, 15 anni, con l'intelligenza artificiale, sarà anche più grande. Ma l'innovazione ha un percorso che impiega 15, 10, 15, 20 anni per portare quel beneficio terapeutico al paziente, dalla comprensione alla commercializzazione, al paziente. Il rischio della ricerca è enorme: solo una molecola su cento che inizia il percorso sulle innovazioni arriva alla fine, a quella commercializzazione, a quel beneficio per il nostro paziente. Ed è per questo che ogni giorno, settimane, mesi, che noi non possiamo portare al paziente quel beneficio, l'innovazione perde valore. E qui è certo che in Italia c'è già qualche normativa che permette quell'accesso precoce, ma non è sufficiente. Penso che dobbiamo essere più ambiziosi. Abbiamo l'esempio della Francia dove c'è un percorso — non ottimo, meglio del nostro — dobbiamo prendere l'esempio del loro. Cosa non ho fatto per accelerare quell'accesso all'innovazione, fondamentalmente? Dove c'è un bisogno terapeutico enorme, come sono i farmaci orfani o le malattie rare, questo penso che sia fondamentale. Ma sì, c'è fondamentalmente un elemento che può fare la differenza: costruire un dialogo tra le istituzioni, il Ministero e l'industria. Qui c'è un progetto dell'orizzonte Scan, che permette ai farmaci — per quanto riguarda le molecole, quelle non ancora approvate — che può avere un impatto enorme sui pazienti. In quel momento dove dobbiamo costruire quel dialogo. E non solo il dialogo: dobbiamo aiutare il processo. Certo, anche l'industria ha una sfida. Dobbiamo prepararci a condividere quella evidenza, a fare disponibile l'evidenza al momento dell'approvazione regolatoria. Anche internamente, una sfida per noi: come possiamo assicurare l'organizzazione, la capacità di produrre il prodotto, anche a rischio — anche a rischio — prima di quella approvazione. Quello è la sfida che penso tutti noi vediamo e a cui dobbiamo far fronte. Grazie. Presidente Zaffini, ricominciamo il giro dalle domande, questa volta. Va bene, inizia lei. Era per il secondo giro — ero confusa. Senti, quando parliamo di malattie rare è inevitabile ricondurre tutto al tema delle terapie avanzate. Perché è così prioritario? In realtà il tema delle terapie avanzate abbraccia uno spazio ampio rispetto a quello delle malattie rare. Ovviamente il più contiene il meno: quindi sulle malattie rare, in particolare, bisogna incentivare lo spazio della ricerca. Noi abbiamo costituito un intergruppo — peraltro siamo capigruppo opposti, io e il collega senatore Manca del PD — quindi provo a dare la sensazione, l'idea che su questo tema la politica deve cercare quanto possibile di camminare in parallelo, a prescindere da posizioni politiche. Stiamo facendo importanti percorsi di acquisizione di consapevolezza nei confronti dei colleghi parlamentari, rispetto a un tema che fatica a entrare un po' nella sensibilità dell'urgenza dell'agenda parlamentare e di governo. Anche presso le istituzioni europee, stiamo facendo un importante percorso per tentare di far riconoscere all'Europa una banalità: cioè le spese che gli stati membri sostengono per incentivare la ricerca e la distribuzione, la diffusione di terapie avanzate, sono spese che andrebbero classificate come investimento, e non appunto come spese correnti. Sembra, ripeto, una banalità rispetto ai regolamenti di bilancio, e questa sensibilizzazione non c'è. Stiamo faticosamente lavorando a questo scopo. Abbiamo degli strumenti che possono essere un buon collocamento: in corso la riscrittura del regolamento per la governance del farmaco in Commissione. La stiamo affrontando in sede con dei pareri importanti già da parte del ministro — quando il ministro Frits era ancora ministro del governo italiano, adesso ma giriamo: ragione che è presidente eletto della Commissione europea. Io con la mia commissione abbiamo licenziato due pareri molto netti a questo riguardo. Il tema è — oltre che la difesa passiva della nostra industria del farmaco e quindi delle protezioni, anche dell'acquisizione scientifica, appunto le protezioni rispetto al periodo di copertura brevettuale — evidente che dobbiamo anche rilanciare l'Italia. E questo governo si sta facendo protagonista appunto per chiedere questa ricalibrazione delle regole di bilancio. La verità è che sono intervenuto nell'ultima legge di bilancio con un emendamento, peraltro a mia prima firma, per aprire al fondo dei farmaci innovativi la possibilità, con un percorso parallelo, di coprire la spesa per gli antibiotici di riserva. Sono una classe di farmaci molto importante: affrontano un problema reale, quello dell'antimicrobico resistenza. Sono farmaci soprattutto a uso ospedaliero. Sappiamo che tra qualche anno l'antimicrobico resistenza diventerà la prima causa di morte. È stata un'operazione che per prima l'Italia ha fatto e sta facendo scuola in Europa, e molti dei paesi europei stanno seguendo il nostro esempio: ripeto, aprire al fondo per le terapie innovative la possibilità di disponibilità di coprire i costi di distribuzione di questi antibiotici. La ricerca sull'antibiotico non è marginalizzata per le grandi aziende farmaceutiche. È ovvio che lo Stato deve intervenire perché è indispensabile avere a disposizione questa classe di farmaci. Abbiamo visto che ci sono tante strategie che sono state messe in campo nel nostro paese, e che per fortuna il mondo simile provance ci guarda. Dottor Celia, oggi mi piace un po' leggere qualche citazione che ho trovato: quella che lei ha formulato, che nelle malattie rare — in particolare quelle autoimmuni — "non parliamo mai di un rapporto uno a uno tra malato e malattia, perché il carico ricade anche sulle famiglie." Noi tipicamente, come mi ammonera dal punto di vista metodologico, ci siamo abituati a guardare la malattia sempre solo con una lente di statistica: di incidenza, di prevalenza. Ma non è così. Dovrebbe guardarsi anche con un'altra lente che va a capire le fatture che ha una malattia non solo sul malato, ma su quello familiare, quello che in inglese chiamiamo caregiver. Partiamo anzitutto dai dati. Abbiamo citato malattie rare, malattie autoimmuni: circa 5 milioni di pazienti stimati oggi in Italia affetti da malattie autoimmuni; circa 2 milioni affetti da malattie rare. Quindi questi numeri, tutti sommati insieme — non so quanto ancora stiamo definendo i confini di questa area. Circa 100.000 pazienti hanno un overlap di prima malattia, quindi malattia sia rara che autoimmune. Se noi guardiamo il trend di queste patologie, soprattutto le autoimmuni, sono patologie che crescono a doppia cifra — sia come incidenza che prevalenza — anno su anno. 13,9%: quindi sono dei numeri estremamente allarmanti. Ora qua il tema quello di capire che abbiamo la fortuna di avere un osservatorio privilegiato, ad esempio nell'ambito della miastenia gravis, una malattia rara che potrebbe essere da benchmark. Questi dati quando andiamo a vedere l'impatto sulle famiglie che hanno queste malattie sono anche qui allarmanti: il 15-17% dei caregiver, dei familiari, è costretto ad abbandonare il lavoro per assistere un proprio caro. E un 13,4% dei caregiver deve chiedere il part-time, ridurre, diciamo, il carico di lavoro. E non si è parlando di collegano, si è parlando di altri tipi di patologie. Allora, quella è la riflessione — la riflessione che magari può essere anche una sfida culturale. Quella di cercare — anche se è trattato anche nel piano precedente, quando ne parliamo di sanità — di cominciare a parlare di investimenti in salute. Quando parliamo di costi di farmaci per alcune determinate categorie di farmaci innovativi che non hanno solo un impatto sui classici parametri: efficacia, effetti di qualità di vita. Ma hanno un impatto molto più ampio, nel poter ridare anche produttività ai pazienti e ai propri familiari. Penso che la sfida — mi rendo conto, è una sfida culturale — quella di cominciare a pensare a determinate categorie di farmaci come investimento che fa il paese sulla salute dei propri cittadini nel lungo termine. Grazie. E a proposito di caregiver — vengo qua — dal senatore Liris: il tema dei caregiver è un tema spinoso, complesso, soprattutto per quelle famiglie come citava prima che vivono nelle aree interne, nelle zone più periferiche. Eppure ad oggi lo Stato ancora non ha riconosciuto questa figura. Le chiedo una sua opinione da politico, ma anche da medico. Sì, il caregiver è parte integrante del percorso di prevenzione, di anamnesi, di terapia, di monitoraggio del paziente, in particolar modo nell'ambito delle patologie croniche e degenerative, ma anche di quelle oncologiche. In realtà non è vero che il governo non ha fatto nulla per il caregiver, perché in tanti pezzi di legge è presente il caregiver. Con la giusta intensione di fronte al caregiver, abbiamo studiato sistemi per mettere al centro della valutazione dei pazienti, per studiare metodi che vadano a consentire ad abbattere le difficoltà burocratico-amministrative, che rendano più semplice la vita del caregiver. Certamente è un invito, credo che possiamo prendere l'ultima intenzione anche perché vogliamo ragionare tantissimo all'interno di tanti intergruppi, sia di destra che di sinistra. Le persone che sono qui sedute — tanto Franco, Bertrillo e Elena — sono parte integrante in tanti intergruppi di cui facciamo tutti parte, che affrontano questi temi. Il caregiver potrebbe essere individuato come figura istituzionale valorizzata all'interno di una norma specifica? Certamente sì, perché nell'ambito di alcune patologie molto spesso è parte integrante del sistema di risposta che il Servizio Sanitario Nazionale consente e disegna nei confronti di alcuni pazienti, all'interno di alcuni percorsi, di alcune patologie. Ma soprattutto se vogliamo dare forza a quel tipo di risposta dei presidi territoriali di prossimità, nei confronti di alcuni pazienti e di alcune patologie, il caregiver diventa centrale. Proprio come il DM 77 indica la capacità, attraverso ospedali di comunità, di dare delle risposte nei confronti di pazienti che non devono arrivare, che non devono essere gestiti dentro il presidio ospedaliero. Certamente dentro la casa e dentro la capacità di dare una risposta vera domiciliare, il caregiver farà la differenza, perché avere tutte le condizioni e le possibilità per poter svolgere questo lavoro — in particolare nei confronti di patologie invalidanti, che rendono il paziente molto più vulnerabile — è fondamentale. Grazie, senatore. Dottoressa Campitello, lei aveva accennato, nel suo primo risposta, che avremmo parlato in seguito di denatalità, che è un tema che sta molto a cuore a questo governo. E se parliamo di prevenzione, c'è anche la prevenzione dell'infertilità. Quali sono le mosse, le strategie allo studio? Vedete, toccate un tema che mi è particolarmente sensibile da ginecologa: la mia specializzazione è proprio questa. Io a volte paragono la fertilità a una sorgente d'acqua invisibile, ma che dà vita. E se dà vita, noi dobbiamo per forza preservarla. Perché un paziente affetto, un paziente con una natalità in costante calo non è una cosa che non succede oggi: invece abbiamo una finestra della natalità che è veramente in flessione, quindi nascono meno bambini in un paese forte e sicuro. Da un lato le istituzioni hanno, secondo me, l'obbligo di parlare di questo tema, perché fino a poco tempo fa — e devo dire qui la senatrice ed ex ministro Lorenzin aveva dedicato una giornata proprio alla fertilità — perché non se ne parlava. Era un tema ostile, un tema privato. La fertilità non è un tema privato: la fertilità è un tema sociale, è un tema collettivo, ma soprattutto è un tema politico. Il governo, il Primo Ministro Giorgia Meloni, ci ha creduto fin dall'inizio. È stato il primo governo, per esempio, a stanziare risorse per la comunicazione sulla riserva ovarica — di cosa fosse la riserva ovarica — tre milioni e mezzo, sicuramente poco, ma che hanno rappresentato un primo passo per raggiungere i giovani e far capire loro che dall'inizio della loro età devono occuparsi della loro fertilità, maschi e donne. Da un lato, ecco, le istituzioni devono seguire il percorso dell'agenda dell'ONU sulla capacità riproduttiva e sull'importanza del tema riproduttivo. Dall'altro, però, devono stare accanto alle coppie che sono infertili, che sono circa una su cinque oggi in Italia, e che hanno accesso alla Procreazione Medicalmente Assistita. Questo governo lo ha fatto inserendo la PMA nei LEA, parlando per la prima volta di una malattia sconosciuta ma in realtà molto invasiva, che è l'endometriosi. Il ministro, la ministra, ha fatto inserire per la prima volta nel piano nazionale di comunità l'endometriosi, che causa nel 50% dei casi infertilità. Ecco, dobbiamo dare attenzione a queste coppie. Dobbiamo rendere i cittadini in grado di poter accedere in maniera equa, ma soprattutto sostenibile — e questo è fondamentale — a un percorso di Procreazione Medicalmente Assistita in ogni regione italiana. Grazie mille. Senatrice Lorenzin, è stata citata, quindi naturale che io venga da lei, anche se è molto battuta. E il sistema della fertilità — oggi la PMA, anche grazie al suo intervento, è stata appunto inserita nei LEA, come lo ricordava la dottoressa Campitello. All'epoca cosa la portò a parlare di un argomento difficile, toccante bucci, c'è una evoluzione — fu un atto rivoluzionario quasi. E anche provocatorio. La mia preoccupazione era precedente. Prima di fare il ministro mi ero occupata come politica parlamentare di demografia. Quindi, diciamo, mi occupo di demografia dal 1997 — sono parecchi anni. E mi ero occupata moltissimo dal punto di vista della sostenibilità del sistema previdenziale e dell'impatto nelle politiche attive del lavoro. Temi di cui siamo diciamo oggi nella totale attualità. E a un certo punto il dato della natalità si è intersecato non soltanto con una trasformazione dei modelli sociali, ma anche con temi sanitari. E quindi da ministra, io, che sono sensibile a questo tema, ho deciso di voler vedere i dati, cioè di avere un'evidenza di quello che stava accadendo sul territorio nazionale, per uscire fuori da un dibattito che poteva essere più politologico, ideologico, ma proprio parlando con le evidenze e i dati — che è sempre stata una mia fissazione. Quindi abbiamo istituito un tavolo altamente qualificato, tra l'altro misto, cioè di medici, operatori del settore, ma anche persone che si occupavano di sociologia, diritto del lavoro, etc. E da quel tavolo sono usciti dei dati che poi hanno dato vita al piano nazionale sulla fertilità. Quello che emergeva chiaramente era quello che stava dicendo adesso la dottoressa Campitello, che poi si interseca con un altro elemento: quello della prevenzione, quello della salute non solo della donna, ma del maschio, del maschio giovane. Di una perdita, di tutta la parte di prevenzione che si è avuta per tanti anni con la visita del militare — i famosi tre giorni. Quindi c'era una questione di infertilità femminile e maschile, non dovuta solamente all'età, dovuta anche a tanti altri fattori — come i solventi — che portavano le coppie a non riuscire ad avere figli, a rendersi conto ed essere consapevoli della loro infertilità tardi. E quindi poi avere difficoltà ad avere accesso alle eventuali terapie. Lo stigma — per esempio c'è tutto un tema del maschile e del femminile in questa questione. Quindi noi avevamo fatto un piano. Io inserì il piano nei LEA. Devo dire che ci fu tutto un dibattito — ovviamente, come sempre colleghe. Ci sono delle cose che per me poi sono inconcepibili: l'obiettivo era avere uno sviluppo del piano con forte presenza nei centri, negli ospedali italiani, accesso per tutti. E non è che poi dopo tre tentativi non ti do più niente: cioè, oggi, ancora adesso, per chi riesce ad avere accesso a un programma di cura dell'infertilità o di PMA, purtroppo se non è nel pubblico diventa una cosa cara, se non ci riesci ad avere questa cosa. Quindi io credo che ci sia ancora un'altra traguardo che dobbiamo raggiungere. E però qualche passo avanti devo dire che è stato fatto. Se nel settore della fertilità e genitorialità, secondo l'ultimo rapporto ISTAT, l'accesso alle misure di sostegno della genitorialità, diciamo, stanno — quelle che sono state messe in campo, posso aumentare in costantemente — cioè i bonus vengono richiesti, i congedi per i padri pure. Si parla ancora del child penalty, per l'ultima volta, per cui una donna su cinque lascia il lavoro dopo il primo figlio. Anche su questo fronte, forse, dovremo lavorare per incentivare la natalità. Una domanda assolutamente calzante. Io sono mamma di tre bambini quindi capisco esattamente questa situazione che vivono le donne. E lo Stato deve supportarle a 360 gradi. Quindi non bastano i bonus — quindi lato economico — che il governo Meloni ha stabilizzato sull'Assegno Universale. Bisogna essere supportati anche come genitori: non solo la donna, anche il papà. E per questo è stato allargato il congedo parentale. Però devono essere aggiunti altri servizi, partendo dagli asili nido — sono stati incentivati la costruzione degli asili nido tramite i fondi del PNRR. Però mancano le scuole dell'infanzia, la ristrutturazione delle scuole. E non è raro che i bambini escano già a scuola finito — perché poi il tempo a scuola finisce alle quattro e i genitori hanno naturalmente un tempo di lavoro più lungo. Per non parlare dell'estate, che non sappiamo dove mandare i bambini. Sappiamo sempre che i bambini non vanno lasciati, ma vanno invece accompagnati. Allora, dobbiamo considerare e fare un discorso a 360 gradi e dire ai genitori — a quelli che vogliono diventare nuovi genitori — che devono sapere che lo Stato c'è e li può supportare. Non solo dalla ricerca del bambino — quindi in cui si verificano casi e problemi di fertilità — ma poi quando il bambino nasce arriva direttamente a una rete di supporto scolastico e il governo deve quindi supportare a 360 gradi, avendo una visione, come fanno in altri paesi. Perché, per esempio, in Germania, i genitori vengono supportati dalla nascita del bambino con un sussidio, per poi avere servizi gratuiti nelle scuole, servizi extra-scolastici. E in questo modo si riesce a supportare le famiglie. Grazie, senatrice. Allora abbiamo veramente pochi minuti. Però voglio sentire qui il Dr. Palud. Come vediamo, allora parliamo di un paese che affronta un grosso e importante calo demografico. Quanto è importante attuare appunto la prevenzione dell'infertilità per garantire anche la sostenibilità economica del paese, perché parlare di natalità è anche questo? Allora, prima, penso che dobbiamo parlare di crisi demografica, crisi demografica, che qui in Italia abbiamo un tasso di natalità dell'uno virgola 15%. Se pensiamo che il bilancio deve essere due per essere al pareggio, siamo lontano. Se pensiamo che non possiamo andare sotto — pensiamo alla Corea, 0,7% — questo significa che alla fine di questo secolo il paese avrà la metà della popolazione. Però è un problema non solo di sostenibilità economica, ma è il futuro del paese e della nostra cultura. Parla uno spagnolo, quello per me è la sfida. E certo che il tasso di natalità è una statistica, c'è un problema economico, sociale, ma anche medico. Il bisogno naturale di diventare genitore si attualizza sempre più tardi. Il vent'enne è una persona per la quale avere un problema di infertilità al 20 per cento — per diventare genitore abbiamo bisogno di due persone. Ma a 35-40 anni, questo tasso arriva a un 50% di infertilità. Dobbiamo lavorare qui. E certo, con la PMA abbiamo fatto grandi cose, ma non è sufficiente. Io se comparo con altri paesi, l'accesso alla PMA si affranca non solo con una malattia oncologica, andando verso malattie autoimmune e altre: è ancora multiplo. Dobbiamo incrementare l'accesso alla PMA, questo è d'obbligo. Ma voglio fare in questo ultimo minuto una chiamata all'azione non solo alle istituzioni, ma anche alle aziende. Sono sicuro che le aziende abbiamo un confronto con questa responsabilità sociale. Io sono orgoglioso a Merck: una novità che abbiamo lanciato è il programma che chiamiamo "Fertility Benefit". Siamo a supportare economicamente, psicologicamente, al livello del counselling, il processo della PMA per tutti i nostri collaboratori. In un anno, 31 famiglie di Merck Italia hanno beneficiato di questo benefit. La mia chiamata è a tutta l'industria — non la formazione farmaceutica, l'industria in generale in Italia — fare un'alleanza per affrontare insieme questa sfida. E questa è la nostra sfida: dobbiamo affrontare insieme questa sfida del tasso di natalità, diventare un futuro in Italia. Grazie mille. Grazie mille. È la nostra sfida. Andiamo subito in pubblicità.